A ogni crisi che si abbatte su di noi, quasi per un meccanismo di difesa, evochiamo un «cambio di paradigma» che venga a salvarci. Così nel 2008, poi con il Covid, di nuovo con la chiusura di Usaid e infine oggi, tempo di guerre asimmetriche che paralizzano economie e scatenano allarme globale.Anche nell’ambito della cooperazione evochiamo questo cambio di passo, come se potesse venire da un altrove, mentre siamo noi i soggetti in grado di compierlo: noi come persone, a partire dal nostro compito specifico, e noi come sistema Paese. Un sistema invitato in questi giorni a Roma a Coopera: la conferenza nazionale della cooperazione internazionale allo sviluppo, organizzata dalla Farnesina, è prevista dalla legge quale momento di racconto delle esperienze di terreno e di restituzione a tutti di ciò che l’Italia investe in termine di risorse economiche, umane, innovazione e relazioni in quello che è un asset strategico della nostra politica estera. Convergono a Coopera mondi diversi per documentare quello che sta diventando sempre di più un lavoro comune ad alto impatto, e per riferire a un pubblico composto da giovani studenti, imprenditori, tecnici del settore, operatori diversi come si spendono i fondi che arrivano dai tax payers, ovvero quel che l’Italia sta realizzando in Paesi in via di sviluppo o in emergenze che non sempre arrivano a fare notizia, benché incidano profondamente anche con il nostro destino qui.