L’amministrazione Trump, ha recentemente svelato il Washington Post, starebbe cercando di promuovere alle Nazioni Unite una dichiarazione comune sullo sviluppo nota come “Trade over aid”, un tentativo di forzare e codificare nuove prassi per rimodellare l’intero settore. Nella sua formulazione più presentabile, l’idea suona ragionevole: gli investimenti e gli scambi commerciali nei paesi meno avanzati possono indubbiamente essere una leva forte per la loro trasformazione economica. Nella sua sostanza, tuttavia, l’iniziativa americana punta alla normalizzazione del disimpegno: si vorrebbe mettere il marchio ONU (dove per la verità è improbabile che la proposta trovi il sostegno necessario) su un percorso che porti l’aiuto pubblico allo sviluppo a diventare sempre più un’eccezione, non più un pilastro.

Washington ha già di fatto rivisto drasticamente il proprio profilo di donatore. L’anno scorso USAID, l’agenzia americana per lo sviluppo, fu una vittima illustre delle primissime misure adottate dalla seconda presidenza Trump. I dati recentemente pubblicati dall’OCSE confermano un tracollo degli aiuti americani, che hanno registrato nel 2025 un -56,9% sul 2024. Gli Stati Uniti stanno, nel contempo, ridefinendo l’assistenza residua come strumento strettamente subordinato a interessi economici e strategici, incluse le concessioni minerarie o l’accesso ai dati sanitari dei paesi beneficiari.