Tra dazi, sanzioni e catene del valore la rivalità geopolitica accelera la frammentazione e mette sotto pressione l’ordine economico globale.

Prosegue il dibattito legato al volume Una bussola per l’Europa, a cura di Luigi Paganetto, che raccoglie i contributi di un anno di attività del Gruppo dei 20

“L’Europa deve combattere per il suo posto in un mondo […] in cui le dipendenze sono militarizzate senza scrupoli”. Ci aveva avvertito la presidente Ursula von der Leyen, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del settembre scorso. Era la prima volta che l’Ue parlava ufficialmente di weaponization (militarizzazione, appunto). Tra dazi, sanzioni, energia e semiconduttori, era in realtà da un po’ che la politica economica e le catene del valore venivano strumentalizzate per rivalità geopolitica. Vediamo allora con ordine.

“Dazio è la parola più bella del dizionario”, ripeteva Trump durante la campagna elettorale 2024. Le tariffe sembrano in effetti divenute lo strumento di coercizione geoeconomica preferito dell’amministrazione di Washington. E se i dazi del Trump prima maniera erano relativamente chirurgici, concentrati su materie prime e beni strategici (acciaio, alluminio, pannelli solari e perfino lavatrici) soprattutto dalla Cina, quelli del secondo mandato sono a tappeto e verso tutti, compresi alleati storici europei.