Mario Draghi ha indicato la luna del federalismo pragmatico. E i Ventisette, trainati da Italia e Germania, si sono messi a guardare il dito del confederalismo concentrico. Tra un’incursione chirurgica in Venezuela e un’operazione militare su larga scala in Iran, il nuovo anno che si è aperto all’insegna della bulimia predatoria di Donald Trump ha visto l’Europa, costretta sempre a reagire con poche idee sul piano internazionale, arrovellarsi al suo interno sui seguiti di un grande classico.

Parliamo dell’agenda sulle riforme per rilanciare la competitività dell’Unione e colmare il divario con Stati Uniti e Cina messa a punto da Draghi nel settembre 2024. La relazione fu consegnata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con un preciso monito: senza una rapida attuazione delle raccomandazioni lì contenute, l’Unione avrebbe rischiato «una lenta agonia». Ma i leader dell’Unione sono credenti non praticanti, e l’avvertimento viene ripetuto ciclicamente a Bruxelles più per mascherare l’assenza di una rotta ben definita che per sincero convincimento.

A quasi un anno e mezzo dalla presentazione del suo rapporto, infatti, l’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea si è accorto che era tempo di un ripasso generale. Lo ha fatto dalla cattedra di una delle più antiche università al mondo, l’ateneo belga di Lovanio, a neppure trenta chilometri dalla capitale delle istituzioni Ue. Con un messaggio limpido, senza i fronzoli «ambiziosi ma realistici» (motto ufficioso della sua presidenza) con cui von der Leyen svuota puntualmente la portata dei suoi frequenti annunci. Perché «la minaccia (esterna, ndr) da sola non basta», serve la deliberata volontà di «agire insieme», e di farlo oltre le appartenenze di quartiere responsabili di tutti i ritardi che paralizzano l’Ue, ha detto Draghi.