BRUXELLES «Vogliamo rimanere semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità degli altri? Oppure vogliamo intraprendere i passi necessari per diventare una potenza?». Mario Draghi è tornato a suonare la sveglia a un’Europa che tentenna davanti a un «ordine globale ormai defunto», minacciata «da ciò che lo sostituirà». Al Vecchio continente, l’ex premier ed ex presidente della Banca centrale europea indica la via maestra di un «federalismo pragmatico», con chi ci sta, perché «la destinazione è importante», ma è altrettanto vero che «dobbiamo compiere i passi possibili, con i partner disponibili, nei settori in cui si possono fare progressi».
Draghi è intervenuto da Lovanio, in Belgio, a neppure 30 chilometri da Bruxelles, dove ieri ha ricevuto un dottorato honoris causa dalla Katholieke Universiteit, tra i più antichi atenei del continente, «per il suo contributo al processo di integrazione economica e monetaria Ue, e per una leadership fondata sulla responsabilità in momenti in cui l’Eurozona affrontava una crisi esistenziale». Per i leader dei 27 Stati membri e per i vertici dell’Ue, questi appelli non sono che l’anticipo del salto di qualità geo-strategico che l’ex capo dell’Eurotower, autore di un report sulle riforme per rilanciare la competitività Ue ed evitare una «lenta agonia», indicherà tra poco più di una settimana. Giovedì 12 febbraio Draghi tornerà infatti nelle Fiandre, stavolta per partecipare al ritiro informale del Consiglio europeo organizzato nel castello di Alden Biesen. Con lui quel giorno ci sarà anche Enrico Letta, altro ex premier e penna dietro un secondo rapporto, quello sul futuro del mercato interno.










