Quando il Presidente della Repubblica ci avverte che stiamo scivolando verso il baratro della terza guerra mondiale, uno sforzo di riflessione è doveroso. Chi scrive si occupa di temi economici, che non sono tuttavia estranei al tema, più generale, su cui si richiama l’attenzione. La cooperazione economica internazionale, base di un mondo pacifico, si inizia a incrinare quando si mette in discussione il processo di globalizzazione dell’economia mondiale, cioè la crescita economica trainata dal libero scambio internazionale di beni e tecnologie.

Ciò avviene, già prima della pandemia del Covid, quando la Cina non si limita più a mettere a disposizione dell’economia occidentale forza lavoro a basso costo ma, come dicono in gergo gli economisti, sale lungo la scala del valore aggiunto, cioè sviluppa la produzione di beni a tecnologia sempre più matura e poi avanzata. Inizia, allora, la discussione, di derivazione occidentale, sul cosiddetto decoupling, in altri termini sulla necessità di maggiore separazione tra economia cinese ed economia occidentale. La motivazione addotta era la crescente dipendenza dei Paesi avanzati occidentali dalle filiere produttive che passavano dalla Cina e da altri Paesi emergenti asiatici. Questa paura della dipendenza aumenta nel corso della pandemia e sfocia, dopo il Covid e con la presidenza Biden, nella dottrina del friend-shoring, o meglio nell’idea lanciata dalla Yellen, economista americana allora Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, secondo cui si dovevano privilegiare gli scambi internazionali, soprattutto di tecnologie, tra i cosiddetti paesi like minded, cioè tra Paesi che la pensano allo stesso modo. Si contrapponevano così i Paesi a democrazia liberale ai Paesi retti da sistemi diversi, accomunati dal termine generico di “autocrazie”, che in quanto tali dovevano essere considerati sostanzialmente ostili.