Arriva alla fine del discorso, a pagina 27 su 30 per chi vuol leggere l’intera relazione presentata dal presidente della Confindustria, ma comunque arriva. “In Italia resta aperta la questione salariale”, riconosce Emanuele Orsini. Giusto. Poi annuncia la resa: “Noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciamo a risolverla”. E allora chi deve risolverla? Il solito governo? Il presidente propone un nuovo ciclo di fiscalizzazione degli oneri sociali? Al momento no. Il salario minimo non è una soluzione, non piace agli imprenditori privati e, in ogni caso, il problema riguarda semmai il salario medio: è quello che allontana i lavoratori italiani a cominciare dai giovani.La retribuzione d’ingresso per un ingegnere fresco di master, in una impresa manifatturiera tedesca o danese è circa seimila euro lordi, grosso modo il doppio rispetto all’Italia. E poi vogliamo che “i cervelli” non fuggano? Non è questione di peso delle tasse, di fiscal drag o quant’altro. Non si tratta nemmeno di effetto nanismo, certo le piccole aziende senza dubbio in Italia sono la stragrande maggioranza e in media pagano meno, ma il confronto è impari proprio nelle imprese maggiori. Allora è questione di profitti in eccesso, come sostiene la sinistra (e non solo)? Nemmeno, se guardiamo alle cifre ufficiali non si può parlare di profitti mediamente eccessivi.Il rapporto tra redditività del lavoro e margini operativi lordi si è mantenuto stabile negli ultimi anni attestandosi a 0,83 nel 2024, secondo uno studio dell’economista Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi di Torino pensatoio indipendente che promuove la cultura liberale. Ciò indica che la distribuzione funzionale del reddito tra salari e profitti è rimasta sostanzialmente costante al contrario di una narrazione popolare. L’aumento delle disuguaglianze patrimoniali c’è, ma è avvenuto a causa dell’accumulo delle rendite a scapito dei profitti d’impresa. Qui un peso importante deriva dallo spiazzamento a favore dei titoli di stato, dalle rivalutazioni finanziarie grazie alla circolazione di una gran quantità di moneta a uso per lo più speculativo, oltre che dalla rivalutazione dei valori immobiliari. Insomma è l’Italia dei rentier che ha soppiantato quella dei produttori. Il debito pubblico finanziato con buoni del Tesoro garantiti e tassati la metà di altri titoli finanziari, è nemico sia degli operai sia degli industriali. Gli imprenditori sono esenti da responsabilità? Russo sostiene di no. “Il dato più sorprendente – sottolinea – emerge dal rapporto tra investimenti al netto degli ammortamenti e margini operativi lordi, che si mantiene stabilmente intorno a 0,20-0,21. Ciò significa che le imprese italiane hanno sistematicamente destinato solo un quinto dei propri margini agli investimenti netti, mentre i restanti quattro quinti sono stati assorbiti dalla distribuzione ai soci, dal pagamento di debiti pregressi o da accumuli di liquidità. Quindi, si preferisce la conservazione patrimoniale piuttosto che l’espansione produttiva”. Altro che amore del rischio. E sono dati non influenzati da choc momentanei, da Trump o dalle guerre.La controprova? I dati Istat mostrano che gli investimenti totali in rapporto al pil hanno raggiunto il 22 per cento nel 2024, un livello superiore al minimo del 17 per cento toccato nel 2013. Tuttavia, questa ripresa nasconde una composizione profondamente squilibrata: la quasi totalità della crescita dipende dalle costruzioni mentre gli investimenti in macchinari, attrezzature e proprietà intellettuale rimangono sostanzialmente stagnanti. Colpa del Superbonus, ma il Pnrr non ha cambiato il mix. C’è una eccezione, quella del 2017-18 grazie agli incentivi all’innovazione introdotti da Industria 4.0. C’è stata poi la fiammata del dopo pandemia, durata poco più di un anno, dal 2023 siamo tornati nella norma. E la legge successiva chiamata Transizione 5.0 non è riuscita a rianimare gli animal spirits. La dinamica retributiva dipende da quella della produttività a parità di distribuzione tra salari e profitti, la produttività dipende dall’innovazione la quale è funzione diretta degli investimenti in tecnologia, macchinari, organizzazione del lavoro. L’Italia del ristagno è l’Italia della rendita e contro di essa davvero occorre un’alleanza sia pur concorrenziale tra salario e profitto. Se i sindacati si sottraggono, gli imprenditori dovrebbero agire per primi. Il governo può favorirla con incentivi mirati e una politica produttivistica, ma non può sostituirsi aumentando il debito pubblico e alimentando così il circolo vizioso.