La guerra in Ucraina avrebbe dovuto cambiare radicalmente il modo in cui l’Europa affronta il tema dell’energia. Per anni Bruxelles ha costruito il proprio equilibrio industriale ed economico su un presupposto apparentemente conveniente: energia abbondante e relativamente economica proveniente dalla Russia. Nel 2021 quasi il 45% del gas importato dall’Unione Europea arrivava infatti da Mosca. Poi l’invasione del febbraio 2022 ha mostrato brutalmente quanto quella dipendenza fosse in realtà una fragilità strategica.

L’Europa ha reagito rapidamente. Attraverso il piano REPowerEU, nuovi accordi commerciali e il potenziamento delle infrastrutture di rigassificazione, la quota di gas russo è stata drasticamente ridotta. Ma il problema di fondo non è stato davvero risolto: abbiamo semplicemente spostato il baricentro della dipendenza energetica.

Oggi gran parte del gas naturale liquefatto che alimenta il mercato europeo arriva dagli Stati Uniti. Parallelamente, le tensioni geopolitiche nel Medio Oriente e nel Mar Rosso stanno mostrando ancora una volta quanto siano vulnerabili le catene di approvvigionamento globali. Ogni crisi internazionale si riflette immediatamente sui prezzi dell’energia, sui costi industriali, sull’inflazione e quindi sul potere d’acquisto dei cittadini europei.