Domenica mattina ero a Pavia, nella magnifica sede del Collegio Ghislieri, uno degli epicentri della lunga storia universitaria di quella antica città. Si intitolava un giardino – un giardino bellissimo, ombreggiato da alti tigli e da una magnolia secolare – ad Andrea Rocchelli, il giovane fotoreporter pavese morto nel 2014, nel Donbass, insieme a un collega russo, Andrej Mironov, per un colpo di mortaio ucraino. I due Andrea stavano documentando le sofferenze della popolazione civile (soprattutto i bambini) stretta tra i due fuochi, quello dei regolari ucraini e quello degli irregolari russi che si contendevano quei territori.
L’espressione carne da cannone risale alle guerre napoleoniche e si riferiva ai fanti d’assalto mandati allo sbaraglio. Ebbe il suo utilizzo più corrente, e più polemico, in quel cinico massacro che fu la Prima guerra mondiale. Oggi, sempre più spesso, la carne da cannone non indossa alcuna divisa, e non ha ricevuto alcuna chiamata alle armi. Sono i civili. Soprattutto quelli che hanno la sfortuna di vivere dove la guerra passa. E poi quelli venuti da fuori: i reporter, il personale medico, i soccorritori, gli osservatori neutrali che scelgono di andare nei luoghi di guerra per documentare, testimoniare, aiutare.












