È bene dirlo subito, senza giochi di parole, senza circumnavigare il problema. In un Paese normale – non di certo in Italia in cui tutti sono abbarbicati alla poltrona, con la classe dirigente più “vecchia” e obsoleta d’Europa, che non si sente mai minimamente responsabile delle sue azioni – lunedì sera Nicola Irto e Anna Laura Orrico avrebbero convocato una conferenza stampa. Per dimettersi. Invece no. Tra poche ore forse inizierà l’analisi del voto, si individueranno le “criticità”, si parlerà di “percorso da costruire” come se loro due fossero passeggeri distratti di una nave che è già affondata e non i due timonieri. E così si ricomincerà, come se niente fosse. Come se il centrosinistra calabrese non avesse appena preso una tranvata dalle proporzioni cosmiche che in qualsiasi altra regione d’Italia avrebbe già fatto saltare qualche testa.Le elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi hanno restituito un quadro che non ha bisogno di molte interpretazioni.Reggio Calabria, la città più grande della regione. Nel capoluogo metropolitano il candidato sindaco del Partito Democratico ne è uscito travolto. Non sconfitto, tra-vol-to. E c’è una differenza che si misura in dignità, oltre che in voti.Il Movimento Cinque Stelle, a Reggio, non ha nemmeno presentato il simbolo. Dicasi il simbolo, non i candidati, non la coalizione. Il coordinatore provinciale, l’ex senatore Giuseppe Fabio Auddino, e il deputato Riccardo Tucci — i referenti politici del territorio, almeno sulla carta — evidentemente avranno avuto altro da fare. Cosa, non è dato sapere.