Ieri è stata una giornata impegnativa per la diplomazia di Pechino. Il leader Xi Jinping ha incontrato il presidente serbo Aleksandar Vucic, in visita di stato nella capitale cinese, al quale ha consegnato la medaglia dell’amicizia, la più alta onorificenza della Repubblica popolare riservata ai cittadini stranieri (il primo a riceverla era stato nel 2018 Vladimir Putin). Subito prima Xi aveva incontrato il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, accompagnato naturalmente dal leader militare del paese, Asim Munir, appena rientrato da Teheran. Nonostante le ambiguità, l’agenda di Xi sulle crisi globali inizia a intravedersi. Finora gli iraniani hanno parlato con la leadership pachistana per far arrivare i loro messaggi a Washington, ma da qualche giorno il coinvolgimento cinese è sempre più evidente. Teheran vuole la Cina al comando nel veicolare i propri interessi, e non solo come attore indiretto attraverso Sharif e Munir – e il motivo è soprattutto che il Pakistan ha scarsa credibilità da mediatore imparziale e terzo. Secondo alcune indiscrezioni circolate ieri sulla stampa indiana, la più attenta agli sviluppi del ruolo del Pakistan nella guerra in medio oriente, sarebbe stato il feldmaresciallo Asim Munir, ripartito sabato da Teheran, a portare a Xi Jinping un messaggio preciso: il regime della Repubblica islamica vuole che Pechino agisca da garante in qualsiasi futuro accordo con Washington, in particolare sulle questioni di sicurezza regionale e sul programma nucleare iraniano. Secondo alcune fonti del canale saudita al Hadath, l’Iran sarebbe addirittura pronto a trasferire il proprio uranio altamente arricchito fuori dal paese, ma a condizione che le scorte vengano inviate in Cina, una notizia smentita dall’agenzia Tasnim quasi in tempo reale (“come molti altri articoli sui dettagli dei negoziati, è falso e in linea con le operazioni psicologiche americane”). In realtà in questa nebbia di guerra non è chiaro soprattutto un punto: se Pechino sia in grado di prendersi la responsabilità di garantire un accordo di pace, e se la Casa Bianca voglia l’intervento cinese per ottenerlo. Quel che è certo è che il coinvolgimento diretto di Pechino con il regime iraniano è ormai svelato anche da Teheran: sabato in un’intervista al giornale online Faraz Mohammad Sarafraz, membro del Consiglio supremo del cyberspazio ed ex direttore dell’emittente di stato Irib, ha detto che l’Iran ha importato dalla Cina la tecnologia per tagliare permanentemente l’accesso a internet della popolazione, consentendolo solo a un numero ristretto di utenti selezionati. Secondo il Financial Times, a novembre dello scorso anno i pasdaran hanno acquisito tecnologia satellitare militare cinese, collegata al loro programma sui droni e missilistico, attraverso una rete di approvvigionamento con base negli Emirati Arabi Uniti.Xi Jinping si mostra ambiguo sulla guerra ma serra i ranghi con i suoi junior partner dall’Asia all’Europa, e si mostra attivissimo in una diplomazia ormai oracolare e stanziale – tutti vanno da lui, lui si sposta di rado. E di tanto in tanto escono notizie e retroscena sulla sua agenda. Dell’incontro a Pechino con il presidente americano Donald Trump, per esempio, si è saputo ben poco nei dettagli, per via della scarsa abitudine di entrambi i leader alla trasparenza. Qualcuno presente all’incontro però ha iniziato a far emergere dettagli: alcuni funzionari americani, ha scritto ieri il Financial Times, sarebbero rimasti sorpresi per la veemenza con cui Xi Jinping avrebbe affrontato con Trump il tema del Giappone – il più importante alleato americano in Asia orientale – in uno “sfogo” che hanno descritto come “il momento più teso dei due giorni di vertice”. La Cina si oppone al riarmo del Giappone della prima ministra Sanae Takaichi, che ha allentato le restrizioni sull’export di armamenti e ha parlato esplicitamente di un coinvolgimento giapponese nel caso in cui Pechino dovesse decidere di invadere Taiwan. E potrebbe essere proprio l’isola democratica e de facto indipendente che la Cina rivendica come proprio territorio parte di un “negoziato” che avrebbe intavolato Trump con Xi Jinping – non è chiaro, naturalmente, in cambio di cosa. Giovedì scorso il segretario della Marina facente funzioni, Hung Cao, ha dichiarato al Senato che il Pentagono in realtà avrebbe messo in pausa la vendita di armi da 14 miliardi di dollari a Taiwan per garantire scorte sufficienti alla guerra con l’Iran, e non, come affermato da Trump, in attesa di un “accordo” con Pechino. Intanto gli Stati Uniti avrebbero ritardato pure la consegna di 400 missili Tomahawk al Giappone, ordinati nel 2024 per 2,35 miliardi di dollari e che avrebbero dovuto essere consegnati nel 2028, a causa dell’esaurimento delle scorte durante la guerra con l’Iran. I Tomahawk sono alla base della strategia di deterrenza nipponica nell’Indo-Pacifico contro la Cina. Insomma: un altro favore a Xi Jinping.
L’Iran vuole la Cina come garante, ma per Pechino le priorità sono Tokyo e Taipei
La leadership cinese si mostra aperta e dialogante, ma soprattutto con i suoi amici. Lo sfogo sulla "rimilitarizzazione" del Giappone e il nodo Taiwan usato come arma negoziale











