La prima enciclica che un Papa firma rivela non solo i temi che ritiene più urgenti da affrontare, ma anzitutto la prospettiva, il metodo e lo stile con i quali intende entrare nel merito di ogni questione, abbracciando tutto con uno sguardo teologico, lo sguardo di Dio.E’ stato così per la Redemptor hominis di Giovanni Paolo II (1979), dominata dal cristocentrismo antropologico e da un’ecclesiologia missionaria: solo Cristo “è penetrato, in modo unico e irrepetibile, nel mistero dell’uomo ed è entrato nel suo ‘cuore’” per dischiudergli “il senso della sua esistenza nel mondo” (nn. 8 e 10). Il compito della Chiesa è “rivelare Cristo al mondo, aiutare ciascun uomo perché ritrovi sé stesso in Lui” (n. 11).La Deus caritas est (2005) ci ha fatto conoscere il nucleo incandescente della fede di Benedetto XVI, con cui ha affrontato le sfide poste dalla cultura contemporanea: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1), quella “che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione.”. La Chiesa “vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato” (n. 28).Papa Francesco, con la Laudato si’ (2015; due anni prima, Lumen fidei portò a compimento un testo già predisposto da Benedetto XVI), parte dalla terra, la nostra “casa comune”, e dai mali di cui essa soffre oggi a causa dei suoi abitanti, per presentarsi a tutti i fratelli e le sorelle, credenti e non credenti. “Un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti” (n. 14). E così è stato il suo pontificato, guardando “da una nuova prospettiva questioni importanti [già] affrontate” dai suoi predecessori (n. 16).Cosa lascia trasparire Magnifica humanitas (MH), con limpida e profonda semplicità, del pensiero teologico e dell’azione pastorale di Leone XVI?Sarebbe riduttivo e angusto leggere questo documento come l’enciclica “speciale” sull’intelligenza artificiale (IA), che affronta questa nuova sfida in sé stessa, per le opportunità grandi che offre e i rischi, non di poco conto, cui espone l’uomo. Tra l’altro, i paragrafi che essa esplicitamente riserva all’IA sono solo 15 su 245. Non perché la questione appaia agli occhi del Papa di scarso peso (tutt’altro, come gli stessi paragrafi riportano), ma in quanto la intentio mentis et cordis di Leone XVI è di più ampio respiro e profonda radice. La posta in gioco non è solo una particolare forma di tecnologia emergente – quella dell’elaborazione massiva delle informazioni e della generazione di contenuti nuovi e istruzioni per le macchine e per l’uomo stesso – con una forza, un potere inaudito che sta producendo cambiamenti in un numero crescente di settori della conoscenza, dell’azione e della produzione.La sfida non è solo nel “digitale” e nel rischio che esso sfugga al controllo dell’uomo e possa ritorcersi contro di esso e la sua libertà e decisionalità, ma quella posta, già a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, dal complesso delle diverse tecnologie – in primis quelle fisiche, ingegneristiche e belliche, e di seguito quelle biologiche e mediche – che stanno cambiando la concezione che l’uomo ha di sé stesso ed il rapporto con il mondo ed il suo significato. Una sfida antropologica, culturale e sociale che la Chiesa ha già iniziato ad affrontare nel corso dei precedenti pontificati e che Papa Leone ha assunto ora come uno dei cardini teologici, pastorali e missionari del suo ministero petrino.Lo ha fatto, in questa sua prima enciclica, con la sapienza del suo maestro e amato padre sant’Agostino che ci invita a non assolutizzare nessuna dimensione della nostra vita personale e sociale, perché il “primato” dell’umano riposa nella sua relazione costitutiva, originaria e originante, con Dio. Ultimamente, la questione dell’IA è quella del limite. In un tempo nel quale sembriamo disponibili a non porre nessun limite alle tecnologie che invadono la nostra vita, non siamo più disposti ad accettare il nostro limite e a fare di esso una risorsa, non una condanna. “Tutto ciò che appare come ‘limite’ – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. […] L’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio” (MH, 118).
La straordinaria importanza della prima enciclica che un Papa firma dopo l’elezione
Una sfida antropologica, culturale e sociale che Papa Leone ha assunto ora come uno dei cardini teologici, pastorali e missionari del suo ministero petrino











