Che cos’è la storia? E chi sono gli storici: quelli che contribuiscono al suo costituirsi o quelli che ne scrivono memoria? E se quelli inscrivibili nella categoria dei fedeli della Musa Clio sono i deputati a scrivere materialmente la storia, non quelli che la fanno mediante il contributo delle loro scelte e dei loro atti, chi è che decide chi e quanti sono? Perché, per quel che attiene il primo tipo di protagonisti, siamo tutti d’accordo: e l’ha detto una volta per tutte, canoramente e lapidariamente, Francesco De Gregori: «La storia siamo noi». Noi tutti. Alessandro Magno, Napoleone, Dante, Cervantes, Mozart, Marie Curie, il generale MacArthur, ma anche tutti/tutte e quelli/quelle che dalla notte dei tempi (o quanto meno da quando l’essere umano ha appreso a lasciare volontariamente traccia del suo passaggio su questa Terra) sono nati, hanno respirato aria e bevuto acqua, hanno riso o pianto e infine hanno lasciato in qualche modo la loro spoglia mortale per andarsene chissà dove, forse da nessuna parte. Tutti: non solo quanti si sono meritati o hanno avuto in sorte lo spesso ambìto, oppure talora casuale, privilegio di ricevere un busto bronzeo o marmoreo in omaggio – quando non addirittura un monumento a cavallo –, o di veder intitolata al loro nome una via o una piazza della loro città, ma anche le folle di anonimi e/o d’ignoti galantuomini o paltonieri, nobili o popolani, professionisti o lavoratori o sfaticati ed emarginati. Insomma, proprio tutti: Bertolt Brecht si chiedeva se Giulio Cesare avesse mai avuto un cuoco, i giardini dell’Alhambra di Granada o quelli della Città Proibita di Pechino avranno ben avuto dei giardinieri con tutte le loro famiglie, io posso testimoniare che anche la mia povera zia Rosina aveva dei sentimenti e dei meriti, poi ci sono le folle anonime che brulicano nell’ossessiva New York descritta da Federico García Lorca, le frotte dei pellegrini diretti a Roma o a Santiago de Compostela o alla Mecca, i Tizi, i Cai e i Semproni, le Casalinghe di Voghera e i Maestri di Vigevano, i Colti e le Inclite, i Nani e le Ballerine… E infine, tutti coloro ai quali Fabrizio De André ha dedicato il suo omaggio ironico e commovente: «Cari fratelli dell’altra sponda / fummo felici là, sulla terra / amammo in cento l’identica donna / partimmo in mille per la stessa guerra: / questo ricordo non vi consoli. / Quando si muore, si muore soli…». Ebbene: tutti, anche le folle anonime, sono soggetto e allo stesso tempo oggetto di storia. Poi, però, ci sono quelli che la storia non la “fanno”, non la “scrivono” con i loro atti e le loro testimonianze, bensì ne sono testimoni e relatori e la scrivono con ogni mezzo, dallo scalpello degli scultori di geroglifici egizi al pennello a inchiostro di china, dal calamo romano alla penna d’oca, dalla “carta, penna e calamaio” di scolari, studenti e professori e funzionari e scrivani fra XIII e XX secolo alla penna a sfera al computer eccetera. Frate Francesco di Pietro Bernardone se la prendeva con quelli che scrivevano le vite dei santi a cominciare da lui e che pretendevano di venire ricordati non per quello che avevano fatto, bensì semplicemente in quanto avevano descritto la vita e le gesta altrui. E, dal momento che il santo di Assisi aveva sul serio la stoffa non solo del giullare e del menestrello, ma addirittura quella del vero, grande poeta («Altissimu, Omnipotente, Bon Signore…»), egli si prendeva la libertà di strapazzar solennemente – anche Alessandro Barbero ci ha di recente ricordato, in un bel libro, che il mite fraticello aveva in realtà (pur colloquiando amabilmente con gli agnelli, le tortore e perfino con i Saraceni, i briganti e anche con un lupo…) un pessimo carattere – quelli che cantavano le gesta di Carlomagno e dei suoi paladini, genti e fatti d’amore e di guerra senza dubbio gloriosi, ma pretendevano poi di condividere le loro glorie senza null’altro aver fatto per meritarlo se non relata referire. Ebbene, il mondo è pieno di relatori, di annalisti, di cronisti, di delatori, di severi studiosi, ma anche di curiosi perdigiorno e imbrattacarte, di attenti “professionisti del passato” con tanto di diploma specialistico, ma anche di amanuensi e di plagiatori: e molti di loro si fregiano del titolo di storici, magari conferito per autocertificazione.