Tra storia e leggenda, Giorgio Ieranò torna a interrogare il mondo greco con lo sguardo dello studioso e il passo del narratore. In Vite leggendarie. I grandi protagonisti della storia greca (Sonzogno, 2026), il grande grecista attraversa le esistenze di Pericle, Alcibiade, Aspasia, Socrate, Alessandro Magno e altri protagonisti dell’antichità per raccontare non soltanto un’epoca, ma il momento in cui una vita comincia a diventare mito. Ne emerge una Grecia tutt’altro che marmorea: contraddittoria, violenta, seducente, attraversata da passioni e ambizioni che continuano a parlarci. Perché, come spiega Ieranò in questa intervista, forse il punto non è capire quanto gli antichi siano contemporanei, ma quanto di antico continui a vivere dentro di noi.
Lei scrive che, per gli antichi, a differenza che per noi, "mito" significava anche "storia". Quando e perché, secondo lei, abbiamo perso questa capacità di leggere il racconto simbolico come una forma di verità?
Per gli antichi i miti avevano un valore simbolico ma anche fondativo. Erano il passato remoto di una comunità: eventi irripetibili e straordinari che però davano un senso al presente. Il loro valore simbolico, in fondo, non si è mai perso: Medea è diventata, con Pasolini, il simbolo della civiltà contadina travolta dal capitalismo industriale; Antigone, con Brecht, una combattente per la libertà contro il totalitarismo. Gli antichi li leggevano in modo diverso ma gli archetipi sono inesauribili. Abbiamo continuato anche a cercare i fondamenti del presente in una storia spesso mitizzata: Umberto Bossi si richiamava al leggendario Alberto da Giussano, certa cultura di destra celebra ancora il mito spartano.






