Un maestro della critica letteraria italiana, Fausto Curi, è scomparso lo scorso giovedì a Bologna: aveva novantasei anni (essendo nato a Nogara nel 1930) e nell’Alma Mater aveva trascorso la carriera accademica, fra il ’67 e il 2005. Se il suo nome è immediatamente associabile al Gruppo 63, di cui sarebbe stato un protagonista, non va dimenticata la ricchezza e l’articolazione di un percorso formativo avviatosi con una tesi di laurea sulla poesia di Govoni (ne sarebbe uscito lo studio incipitario della sua bibliografia: Corrado Govoni, 1964) discussa con Francesco Flora e Luciano Anceschi: dall’uno, emblema del crocianesimo, avrebbe comunque dedotto l’attenzione lenticolare alla poesia e ai suoi valori più sottilmente musicali, dall’altro avrebbe ereditato lo sguardo panottico sulla modernità e la meditazione sulle poetiche d’autore quali organismi autoriflessivi e dinamici all’interno delle opere, tant’è che del «Verri», la rivista fondata da Anceschi nel ’56, Curi sarà tra i collaboratori più assidui e prestigiosi.

DELLA SUA ADESIONE alla neoavanguardia fin dal convegno fondativo di Palermo, nel ’63, restano plurime testimonianze (tra cui una foto celeberrima dove lo si vede insieme coi Novissimi alle spalle di uno scanzonato beat a nome Giuseppe Ungaretti) e naturalmente i saggi raccolti da Feltrinelli nel ’65 in una collana ufficiosa del Gruppo 63 sotto un titolo che ha fatto scuola, Ordine e disordine, alludendo al cimento secolare tra Grande Stile (tardo simbolismo, orfismo, ermetismo, classicismo nel senso più lato) e l’Avanguardia che a cadenza lo contesta e mette in mora.