Più o meno dieci anni: è il tempo che Marie-Clémentine Dusabejambo ci ha messo per arrivare al suo primo lungometraggio, Ben’Imana, e alla Camera d’Or che ha vinto a Cannes 79: «Era necessario che io stessa imparassi a sentire, ascoltare, dire…». Cosa che, per una regista ruandese che nel 1994 aveva solo sette anni e dei cento giorni del genocidio possedeva solo frammenti emotivi, significa qualcosa in più di un semplice apprendistato cinematografico. Significa riappropriarsi del tempo dei vissuti, del suono delle narrazioni, della profondità della ferita che solca la realtà quotidiana della sua gente: tutti elementi che nel suo film vibrano con una maturità, una dignità e una potenza straordinari per una esordiente.
NON CHE IL SUO PERCORSO di formazione nel cinema in questi dieci anni sia stato meno importante, tanto più che la matrice l’ha fornita quella particolarissima figura di filmmaker culturalmente trasversale che è l’asiamericano Lee Isaac Chung (Minari, per intenderci), che proprio in Ruanda nel 2007 era andato a girare il suo primo film, Munyurangabo, dedicato al genocidio Tutsi. Al collettivo Almond Tree Films, da lui fondato a Kigali e sostenuto da New York, ha fatto riferimento Marie-Clémentine Dusabejambo per apprendere il cinema e per realizzare, tra il 2011 e il 2018, i suoi primi cortometraggi (Lyiza, Une place pour moi, Icyasha), coi quali gira per festival, dal Tribeca a Cartagine. Qui conosce Haile Gerima, («una grande fonte d’ispirazione») e prende coscienza del cinema africano, fattore tutt’altro che secondario per lei, visto che una delle cose che maggiormente vibrano in Ben’Imana è la sua radicalità africana, la forza identitaria di un film girato da una troupe composta al 90% da professionisti locali e prodotta prioritariamente tra Ruanda e Gabon, con solo un minimo apporto francese e norvegese.







