L’elenco dei nomi dei cinquantuno imputati sembra non finire mai, come la standing ovation al Piccolo di Milano. E in un certo senso non può davvero finire Il processo Pelicot, con la regia di Milo Rau e Servane Dècle, presentato domenica scorsa in un allestimento in italiano inedito al festival Presente indicativo, dopo il debutto al Wiener Festwochen. Non perché non si sia giunti a un verdetto, nel processo svoltosi tra settembre e dicembre 2024 a cui il lavoro è ispirato, dove Dominique Pelicot, marito di Gisèle, è stato condannato a venti anni, e gli altri accusati, tutti ritenuti colpevoli, tra i tre e i diciotto. Ma l’operazione di Rau e Dècle parte dalla cronaca, dai documenti processuali e dal loro fuori campo (interviste, editoriali, manifestazioni), passa attraverso il teatro e torna quindi al mondo, a quelle domande non più eludibili che riguardano le relazioni tra i generi e più in generale la consapevolezza che l’essere umano ha di sé in questa epoca storica. Un’indagine che, quindi, non può certo dirsi conclusa.
«RICONOSCO gli atti ma non l’intenzione», è la paradossale affermazione di molti degli imputati man mano che il giudice, interpretato da Irene Mantova, chiede loro di dichiararsi colpevoli o innocenti. I fatti sono noti: per quasi dieci anni, Dominique Pelicot ha reso incosciente la propria moglie, con un mix di sonniferi e ansiolitici, per centinaia di volte. In queste ore di blackout, la stuprava lui stesso oppure invitava altri uomini debitamente istruiti, adescati sul sito di incontri Coco.fr. La perversione di Pelicot comprendeva il filmare ognuno di questi incontri, i video custoditi poi in un hard disk. Circostanza che ha reso possibile che l’orrore venisse a galla.









