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Luca Gelmini

L'addio alla Champions visto dal vivo: lo stadio si riempie di tifosi occasionali (che si fanno i selfie mentre la squadra sprofonda) e perde d'identità. Il milanista doc invece si commuove, in passato capitava anche ai calciatori appena acquistati

È dura, durissima essere milanisti oggi. Anche perché se ti guardi attorno di milanisti ne vedi pochi. Sugli spalti di San Siro, intendo. Un tempo allo stadio erano ammessi solo milanisti certificati: sciarpetta d’ordinanza e sofferenza disumana per 90 minuti. Oggi si sono spalancate le porte ai turisti, quelli che si fanno i selfie sorridenti mentre la squadra sprofonda nella partita che vale una stagione. È accaduto con il Cagliari, ma è così sempre. Stanno lì per vivere un’experience, vanno a San Siro come se visitassero il Colosseo: un monumento da “instagrammare” tra una birra e un’altra. Il tutto produce un senso insopportabile di artificiale. Falso, quindi inutile.

Invece un tempo qualcuno era milanista per il cuore che palpitava. Qualcuno era milanista perché c’era il bel gioco. Qualcuno era milanista perché la Champions era il nostro habitat. Qualcuno era milanista perché eravamo la prima squadra di Milano, non la terza in Lombardia. Qualcuno era milanista perché c’era Franco Baresi. Qualcuno era milanista perché il giocatore più forte in rosa non aveva 41 anni (e sia sempre lodato Luka Modric). Qualcuno era milanista per l’estasi di quei tre olandesi: non volevi vederli solo giocare, volevi essere loro. Qualcuno era milanista (anche) per la Cavese e per Dudek. Qualcuno era milanista per il senso di appartenenza che ti faceva spiccare il volo.