Uno dei più colossali disastri calcistici degli ultimi anni. Il Milan completa la sua opera di autodistruzione, iniziata due mesi fa con la sconfitta interna contro l’Udinese, con un altro naufragio a San Siro, il terzo nelle ultime quattro partite giocate davanti al proprio pubblico. Il crollo casalingo col Cagliari costa la seconda eliminazione consecutiva dalla Champions League, questa ancora più clamorosa perché arrivata al termine di una stagione senza coppe europee. Epilogo di tre settimane nelle quali, dopo il ko col Sassuolo a Reggio Emilia, è partita una resa dei conti interni: più che pensare a centrare l’obiettivo sul campo, tutti in casa rossonera hanno badato a costruirsi alibi presagendo la disfatta che si è puntualmente verificata. Ancora più imprevedibile questa cocente delusione perché il Milan era andato in vantaggio dopo appena 2’ con Saelemaekers. Sembrava il viatico a una serata di gioia, dopo l’iniezione di fiducia del successo di una settimana prima col Genoa a Marassi. Invece, la squadra rossonera ha scelto la classica modalità della gestione Allegri: attendere l’avversario senza pensare minimamente a raddoppiare. Il Cagliari ovviamente ha pareggiato con Borrelli, poi ha firmato il sorpasso con Rodriguez. Scene viste a ripetizione in questo campionato nel corso del quale il Milan ha regolarmente smesso di attaccare dopo aver segnato un gol. Clamoroso osservare che anche in questa partita, da vincere a tutti i costi, il Milan ha avuto meno possesso palla degli avversari in trasferta a San Siro (51% per il Cagliari il dato finale). I rossoblù hanno avuto più occasioni per portarsi sul 3-1, rispetto a quante ne ha costruite il Milan per pareggiare. Rabiot e compagni non riuscivano a pressare nemmeno spinti dalla disperazione, tanto questo atteggiamento è diverso rispetto a quello inculcato da Allegri. Ora rischia moltissimo anche l’allenatore livornese che si è infilato in un tunnel di lotta di potere con le altre componenti societarie quando ha capito che la qualificazione alla Champions iniziava a traballare. L’ambiente di San Siro nelle ultime due partite casalinghe è stato il riflesso a questo tutti contro tutti interno tra Allegri, Furlani e Ibrahimovic, peraltro non così influente come è stato descritto negli ultimi giorni dopo che la scorsa estate è stato inserito Igli Tare nell’organigramma nel ruolo di direttore sportivo (anzi allo svedese venivano rinfacciate le sue assenze per altri impegni più che le sue decisioni nel mondo Milan). Più che a spingere la squadra, gli ultrà rossoneri hanno pensato a contestare l’amministratore delegato Giorgio Furlani e il proprietario Gerry Cardinale, che in mattinata ha dovuto incassare anche la dura replica del Ceo dell’Eurolega di basket, Chus Bueno, per le critiche rivolte dall’uomo d’affari americano alla competizione). Sommersi anche i calciatori. Risparmiati Allegri e Tare. Il resto del pubblico non è riuscito a bilanciare questa negatività. Cardinale, nelle ore che hanno preceduto la partita, ha provato a inviare segnali di compattezza rimandando ogni decisione sul futuro ai giorni successivi alla partita. In queste riflessioni ovviamente tutto dipendeva dalla qualificazione alla Champions League, definita «obiettivo minimo» dal fondatore di Red Bird. Sfumato all’ultimo chilometro. Ora sulle rovine di questa stagione saranno prese le decisioni per ripartire, l’ennesima rivoluzione di anni senza stabilità per il Milan.
Milan, dalla lotta scudetto all’esclusione dalla Champions: ora è pronta una nuova rivoluzione
Un disastro annunciato iniziato con la sconfitta interna con l’Udinese. Più che pensare a centrare l’obiettivo sul campo, tutti in casa rossonera hanno badato …












