di
Lele Adani
La crisi d'identità di una squadra che ha smarrito il suo Dna e l'affetto dei suoi sostenitori
Il calcio è emozione, magia, sentimento, senso di appartenenza, cultura. Oggi il potente scollamento tra il Milan e il suo popolo, che nell’ultima gara di San Siro è esploso in tutta la sua delusione, nasce proprio dalla percezione di un club che non fa più vibrare il cuore, produce amarezza e addirittura provoca segnali di disaffezione e disinteresse. Tutto nasce dalle prestazioni in campo. In quei 90 minuti di partita, attesi una settimana, i rossoneri non regalano più nulla. Il Milan non trasmette passione perché gioca un calcio a 110 battiti, come in un riscaldamento che dura tutto il tempo. A quel ritmo non si pressa, non si attacca, non si contrasta, non ci si sovrappone, non si alza il livello delle giocate. E se non si vive il calcio con passione, non può esistere il coraggio, e quindi non arrivano le giocate di qualità, non si vede la voglia di riconquistare la palla nel pressing.
Sono poi solo i nervi, senza lucidità alcuna, che ti portano a quelle reazioni nei finali di gara che la squadra di Max Allegri ha mostrato anche nell’ultima partita persa con l’Atalanta in casa. Solo l’ultima tappa di un tour di sconfitte e brutte prestazioni dove si è visto un calcio senz’anima. Tutto risuona ancora con maggiore forza perché stiamo parlando di un club che, con la rivoluzione di Arrigo Sacchi, non solo ha fatto godere i suoi tifosi, ma ha fatto innamorare il mondo degli appassionati di calcio. Dove è finita quella cultura di un calcio di dominio, dove è finita quella filosofia? Si dirà che per iniziare quel percorso virtuoso il Milan andò alla ricerca di grandi giocatori, oltre a formarsene qualcuno in casa.















