La Cina ha lanciato una delle sue campagne più dure contro il commercio illecito di titoli azionari transfrontalieri, con l’obiettivo di frenare la fuga di capitali e riportare gli investimenti sotto un controllo più stretto. La stretta colpisce broker e piattaforme che, secondo Pechino, hanno facilitato l’accesso dei risparmiatori cinesi ai mercati esteri senza le licenze richieste. Il segnale politico è chiaro: chi prova ad aggirare i canali autorizzati non verrà più tollerato.
Tra i nomi più esposti c’è Futu - società di di brokeraggio online e gestione patrimoniale, di Hong Kong - che è stata investita in pieno dall’ondata di vendite. Secondo le ricostruzioni basate sui dati di mercato, il suo fondatore e amministratore delegato Leaf Li ha perso 1,7 miliardi di dollari in una sola giornata, mentre il titolo Futu è crollato fino al 28%. La società ha anche comunicato che le autorità hanno proposto sanzioni per circa 271 milioni di dollari, un colpo che mostra quanto la stretta cinese non sia solo regolatoria ma anche finanziaria, immediata e concreta.
L’impatto più ampio potrebbe vedersi proprio a Hong Kong. Secondo Citic Securities, la stretta potrebbe coinvolgere fino a 250 miliardi di dollari di Hong Kong di asset presenti nella piazza finanziaria, pari a circa 32 miliardi di dollari americani. La stessa stima attribuisce a Futu una quota compresa tra 150 e 180 miliardi di dollari di Hong Kong, mentre Tiger Brokers – altro colosso del brokeraggio online - ne rappresenterebbe altri 45-50 miliardi. In termini semplici, vuol dire che una parte molto grande del traffico di investimenti tra Cina continentale e mercati esteri passa da operatori ora finiti nel mirino di Pechino.







