Caro Aldo,lei ha ricordato Valletta, storico dirigente Fiat. Per restare ai tempi più recenti credo di essere in sintonia nel ricordare la figura di Sergio Marchionne. Ad di Fiat con pieni poteri, attuò un’autentica rivoluzione del corpo dirigenziale portando una ventata di novità di cui presto beneficiò l’azienda. Uomo di polso e dalle idee chiare, varcò l’Atlantico, si presentò alla Chrysler, alquanto malmessa, col 60% delle azioni in mano ai sindacati. Chiese e ottenne dagli Usa un prestito di 15 miliardi di dollari, rilevò le azioni societarie ed ebbe mano libera dai sindacati nel riassetto societario e nell’indirizzo industriale. Attivò un regime di sacrificio e assecondato da tutte le maestranze in pochi anni la riportò in utile fino a rendere il prestito agli Usa il cui presidente, Barak Obama, ricevette Marchionne con tutti gli onori allo Studio ovale. Nel contempo la Fiat in Italia seguì un percorso parallelo tanto che, unita alla Chrysler in Fca, giunse ad essere la quinta Casa automobilistica al mondo. Luciano TumiottoPonte di Piave (Treviso)

Caro Luciano,quello della Fiat è uno strano destino. Da sempre appartiene a una famiglia, o meglio una famiglia ne detiene il controllo, da quando Giovanni Agnelli — il Senatore, il nonno dell’Avvocato — scalzò gli altri soci fondatori. Ma il potere è quasi sempre nelle mani di un uomo forte, estraneo alla famiglia, che prima o poi finisce per convincersi: la Fiat sono io, prospera grazie alla mia energia, al mio talento, al mio lavoro. Quando nel 1946 morì il Senatore, Valletta disse al nipote, Gianni Agnelli: «Ci sono due possibilità, o il presidente lo fa lei, o lo faccio io». Agnelli rispose: «Professore, lo faccia lei», e si godette la vita per vent’anni. Poi nel 1966 valutò fosse arrivato il momento di impegnarsi di persona. Valletta dovette cedergli il posto. Gli chiesero: «Professore, cosa vorrebbe fare adesso?». Rispose: «Morire il prima possibile». Fu accontentato l’anno dopo, Gianni e Umberto Agnelli erano in vacanza nel Pacifico, furono avvertiti dai marines, rientrarono a Torino. Seguirono anni terribili. Nel 1976 parve che l’uomo nuovo fosse Carlo De Benedetti, che non avrà tentato di scalare la Fiat come diceva Cesare Romiti, ma era comunque diventato il secondo azionista dopo gli Agnelli. Durò solo cento giorni. Poi toccò appunto a Romiti, che grazie al sostegno di Cuccia divenne il dominus dell’azienda; ma poi gli Agnelli riuscirono a riprendere il controllo. Pure Morchio a un certo punto pensò, o diede l’impressione di pensare: la Fiat sono io. Lo mandarono via e presero Sergio Marchionne. Non so come sarebbe finita se Marchionne non fosse morto così all’improvviso. Certo non sarebbe stato facile metterlo da parte, dopo che aveva salvato l’azienda, trasformandola però in un’altra cosa. Ora anche l’auto italiana, come molto altro, si è ridimensionata e viaggia in una terra incognita, verso un futuro incerto. Da piemontese, mi dispiace solo che il percorso secolare della Fiat sia concepito solo come una gigantesca furbata — privatizzare gli utili e pubblicizzare le perdite — e non anche come un’avventura epica che tra innovazione tecnologica e migrazioni di centinaia di migliaia di persone ha costruito la modernità italiana.