La sicurezza è una delle domande più forti delle nostre città. Riguarda la libertà di muoversi, abitare, vivere strade e piazze senza paura. Riguarda tutti, a partire dai più esposti. Per questo è giusto prenderla sul serio, senza ambiguità. Ed è profondamente di sinistra dare risposte concrete ed efficaci, senza rifugiarsi in esercizi astratti. La sicurezza non si esaurisce nel controllo. Il controllo serve e va rafforzato, con più uomini, tecnologia, risorse. Ma da solo non basta, perché interviene quando il problema è già emerso. La sicurezza non è soltanto un diritto da garantire o una condizione da preservare: è un bene collettivo da costruire, con il contributo di più attori e attraverso politiche capaci di disinnescare concretamente le condizioni che alimentano marginalità, isolamento e paura. Il presidio del territorio è necessario per ristabilire ordine. Ma se ci si ferma lì, si rincorrono gli effetti senza intervenire sulle cause. E le cause, spesso, stanno altrove. Stanno ad esempio, in norme che, in particolare sull’immigrazione, spingono verso irregolarità e marginalità. Stanno nelle disuguaglianze, nelle fragilità non intercettate, nei quartieri in cui si indeboliscono opportunità e relazioni. È qui che la sicurezza incontra ciò che dovremmo tornare a chiamare con chiarezza: politiche sociali.