Babele e Neemia. Sono le due icone bibliche con cui Leone XIV, nella Magnifica humanitas firmata lo scorso 15 maggio e resa pubblica oggi, ridisegna la posta in gioco del tempo dell'intelligenza artificiale. La torre dell'orgoglio uniformante. La città ricostruita pietra per pietra. Centotrentacinque anni dopo la Rerum novarum di Leone XIII, un'enciclica sociale torna a nominare l'asse strutturale del potere economico contro cui la Chiesa decide di prendere posizione. Il documento del 1891 parlava di un proletariato senza capitale dentro fabbriche industriali. Quello del 2026 parla di un capitale che si regge su un proletariato invisibile dentro piattaforme algoritmiche. La continuità è di metodo: ogni grande mutamento del modo di produrre obbliga il Magistero a riformulare la questione sociale.
Si potrebbe leggere il documento come un esercizio di alto registro morale, periferico rispetto alle scelte concrete su industria, regolazione e ricerca. La separazione fra magistero e tecnocrazia è la postura che la modernità ha gestito per due secoli, e che le élite politiche europee hanno volentieri ereditato. La Magnifica humanitas non rispetta quel patto. Riprende, e rilancia, il monito che Romano Guardini affidava nel 1951 a Das Ende der Neuzeit: «l'uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza». La novità non sta nella diagnosi, che è di settantacinque anni fa. Sta nel fatto che oggi, davanti a infrastrutture computazionali che eccedono per scala e per opacità qualsiasi precedente storico, quel difetto educativo diventa rischio di civiltà.










