L’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran si chiamerà la Carta di Islamabad. Forse. Niente di ufficiale ancora, fumosi anche i termini dell’intesa, che dovrebbe garantire comunque 60 giorni di tregua. Ma le guerre di Trump cambiano solo di scenario, benché nel Libano sotto le bombe israeliane si continui a morire, come si continua a morire nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Le rotte del petrolio e lo stallo energetico-militare reclamano la riapertura dello Stretto di Hormuz, pur nelle visioni contrastanti di Teheran e di Washington, con gli equilibri che restano precari, così come le relazioni oramai esacerbate tra gli iraniani e le petromonarchie del Golfo.
La deriva fondamentalista di Tel Aviv, che tiene in ostaggio quel che resta della democrazia israeliana, isolata nel suo oltranziasmo armato, impermeabile a qualsiasi critica, continua ad umiliare la dignità di chiuque si opponga al disegno del Grande Israele. Da ultimo, il caso degli attivisti disarmati della Flottilla, trattati alla stregua di terroristi dal sionismo integralista, nel vuoto delle politiche di gran parte dei governi europei, tra i quali il nostro. Eppure, le portaerei americane si spostano, pronte ad attaccare altrove.














