Maggio è il mese del tennis in Italia. L’interesse per Sinner e per gli altri azzurri non conosce pause, ma gli Internazionali a Roma sono il termometro che misura meglio la nuova gerarchia dello sport italiano. Una volta ammirati i campioni del presente al Foro Italico, è possibile capire quali siano quelli del futuro. Bisogna solo spostarsi di 600 chilometri a nord.A Milano, lungo via Giuseppe Arimondi, si rischia di ignorare l’esistenza di un centro sportivo. Se si presta attenzione al rumore delle palline però, si scopre un’oasi insospettabile dall’esterno, il Tennis Club Milano Alberto Bonacossa, dove fino a qualche anno fa si poteva incontrare Lea Pericoli. Un circolo esclusivo che ogni anno, nella settimana successiva agli Internazionali, apre le sue porte a tutti per il Trofeo Bonfiglio, uno dei tornei più importanti del circuito internazionale Itf World tennis tour Juniors, arrivato alla 66esima edizione. Fa parte dei sette J500, le competizioni più prestigiose per gli Under 18, inferiori per rango soltanto ai quattro Slam.Prima di arrivare tra le statue del Pietrangeli, per molti giocatori c’è stato il passaggio propedeutico in questa struttura da 16 campi: 12 in terra rossa, superficie del torneo, di cui otto riservati alle partite. Lo scorso anno con la vittoria di Jacopo Vasamì, altro nome italiano da appuntarsi, sono state stimate circa 15mila presenze. La curiosità di individuare i possibili talenti del domani spinge i frequentatori del circolo ad assieparsi lungo i campi. “Ve la ricordate Martina Hingis? Un’altra pasta”, commenta una signora con alcune sue amiche al termine di un incontro femminile. Anziani, adulti, giovani. Completi, gilet, pantaloncini. Il parterre è vario e si fa sentire quando bisogna sostenere i ragazzi della scuola del club, Giorgio Ghia ed Edoardo Cecchetti.“E pensare che un anno fa c’era ancora più gente”, spiega un’addetta ai lavori. “Restringendo il numero dei giocatori da 64 a 48 è naturale che ci sia meno ressa”. Una modifica decisa a livello internazionale: “Abbattendo le partite tra qualificazioni e primi turni, si alza la soglia d’ingresso e ci sono meno sfide scontate”, racconta Martina Alabiso, direttore del Tennis club Milano dal 2018. Al Bonacossa già dal 2012, ha assistito alla nascita di molte carriere: “Tsitsipas e Zverev non passarono inosservati. Sinner e Alcaraz? Non hanno vinto, ma il fatto che fossero seguiti da Riccardo Piatti e Juan Carlos Ferrero induceva a tenerli d’occhio”. Scorrere l’albo d’oro non basta per capire l’importanza del Bonfiglio (Panatta, Lendl, Ivanisevic, Sabatini, Halep, Rybakina). Sono ancora di più quei futuri campioni che, pur avendo partecipato, non si sono spinti troppo in là in tabellone. Su una bacheca c’è un manifesto che ricorda i più famosi. Non solo gli attuali primi due del mondo, ma anche Federer, Djokovic, Becker, Navratilova, Pennetta e Schiavone, milanese cresciuta su questi campi.Il Tennis club Milano, fondato dal conte Alberto Bonacossa, tennista, pattinatore, ma soprattutto grande dirigente sportivo e anche editore e proprietario della Gazzetta dello Sport (data in concessione a Rcs) è un luogo in cui si plasma il futuro nel solco delle tradizioni. Il Trofeo è stato ideato nel 1959 in memoria di Antonio Bonfiglio, brillante allievo scomparso prematuramente a causa di una polmonite. Qui sono state ospitate le prime cinque edizioni degli Internazionali prima del trasferimento a Roma. Scovata la porta e percorso un breve vialetto, si viene colti di sorpresa dall’estensione dell’area di oltre 25mila metri quadri. Un colpo d’occhio impreziosito da una palazzina liberty in parte coperta da piante rampicanti, progettata dall’architetto Giovanni Muzio negli anni Venti e oggi sotto l’egida della Sovrintendenza per i Beni culturali. Sui divanetti dello spiazzo antistante si ha un’ottima vista sui primi tre campi. Per immergersi nel clima del torneo e del circolo bisogna seguire il perimetro della costruzione e raggiungere una seconda e più lunga striscia di campi, tra cui il 9 con la sua piccola tribunetta. Chi desidera una vista speciale su più match può salire sul terrazzo della piscina. Ultimo da scovare il Centrale intitolato al marchese Gilberto Porro Lambertenghi, che con il conte Bonacossa scrisse il primo “Manuale italiano di tennis” nel 1914. Come tutto il centro, si nasconde bene fin quando non ci si ritrova al suo interno.Nel corso dell’anno i campi, la piscina e la palestra sono riservati esclusivamente ai circa 1.250 soci e agli iscritti della scuola-tennis. Tra queste mura le racchette sono andate sempre di moda, ma il boom recente si avverte: “Abbiamo 200 persone in lista d’attesa per diventare soci, nemmeno vendessimo farmaci rari”, scherza Martina Alabiso. Far parte di un club simile, a fronte di una retta annuale tra i 2 e i 3mila euro, non garantisce solo la prenotazione di un campo, ma offre uno status. Se si è viaggiatori compulsivi, è automatico l’ingresso in uno degli altri circoli mondiali del “Club de Centenaires”, quelli con almeno 100 anni di vita. “Fino a qualche anno fa il Club era frequentato soprattutto da pensionati, ora la clientela è più eterogenea”. I ragazzi invece non sono mai mancati: “I numeri della nostra scuola sono stati sempre alti”. Tra di loro Ghia e Cecchetti, alla fine sconfitti nonostante il tifo. Poco importa, è successo anche a Sinner. “Ricordo quando perse con il giapponese Tajima: fu una delle poche volte in cui perse la pazienza e scagliò la racchetta a terra”, ricorda un membro del circolo. Ironia della sorte, sulla facciata della palazzina adiacente all’ingresso c’è un murales pubblicitario con Jannik. Sorveglia dall’alto tutti i giovani del Bonfiglio, ricordando dove si può arrivare pur perdendo al primo turno.