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A Roma è in corso l’ottantatreesima edizione degli Internazionali di tennis. La finale maschile è fissata per il pomeriggio di domenica 17 maggio. Difficile che la notizia vi sia sfuggita: il tennis vive un’esplosione generale di interesse soprattutto in Italia, attira nuovi praticanti e motiva gli attempati, riempie le cronache informative e i social; l’attuale giocatore numero uno al mondo è italiano; l’Italia sia maschile che femminile ha vinto varie delle ultime edizioni della competizione fra squadre nazionali. Tutti ormai ne sanno qualcosa, lo si abbia mai giocato e lo si giochi o meno. Moltissimi ormai si documentano e lo commentano, avendo individuato un proprio beniamino, Jannik Sinner perlopiù, non solo da noi; Sinner appare in un numero commendevole di spot pubblicitari di prodotti di ogni genere e tipo, di persona o come ombra e colori, nei cambi di campo delle partite trasmesse, nei giorni in cui è previsto giochi, durante tutto l’anno anche nelle programmazioni generaliste. Se non amate il tennis (e il color carota), siete messi un pochino male.Il tennis, in teoria, è un gioco. Individui muniti di racchetta si affrontano con una pallina da colpire indirizzata all’interno di un lungo rettangolo diviso in due metà pure rettangolari separate da una rete non molto alta. Battono schiacciando dal fondo e la pallina deve colpire la terra della parte superiore del rettangolo avversario, rispondono e la pallina non deve rimbalzare più di una volta dalla parte opposta e/o il giocatore deve riuscire a prenderla prima che esca, via via eventuali ulteriori colpi e repliche finché la pallina non supera la rete o va fuori dell’altrui rettangolo. Quello è un punto. Con quattro punti consecutivi si vince un game, in battuta o in risposta, se non sono consecutivi servono almeno due punti in più dell’altro. Si arriva a sei game per vincere un set (sul 6 pari c’è un unico gioco decisivo più lungo), in genere occorre vincere almeno due set (su tre eventuali), in alcune competizioni tre (su cinque eventuali) per sconfiggere l’avversario e guadagnarsi la partita, il match. Sullo stesso campo si può giocare due contro due, è già segnata una striscia supplementare ai lati del rettangolo che vale solo per il doppio. La durata del singolo evento dipende dalla lunghezza e dal numero dei punti nel confronto.Nel tennis si sbaglia di continuo durante o alla fine del punto, i più escono sconfitti quel giorno o quella settimana. Durante la partita non c’è mai contatto fisico, ci si dà la mano prima di iniziare e dopo aver finito, per il resto ognuno fa quel che può da solo cercando di mettere l’interlocutore nelle condizioni di sbagliare. Si cambia campo dopo il primo game e poi ogni due, in modo di tentare di equiparare condizioni di luce e vento. L’arbitro è sopra un seggiolino in alto a metà campo, dove la pallina sbatte è certificato da un tracciamento video inappellabile, dentro o fuori la riga, non si può più discuterne. Vi sono regole codificate per non perdere tempo dopo ogni punto o per i trattamenti fisio e tutta una serie di altre regole di rispetto reciproco soprattutto nel contatto visivo, entrambi devono essere pronti quando la palla viene colpita. Le centinaia di migliaia che praticano lo sport amatoriale in Italia, pur se c’è agonismo in ogni partita e talvolta si partecipa a tornei connessi al proprio livello, non fanno lo stesso sport del centinaio di atleti professionisti (spesso visibili dal pubblico in presenza e in televisione). In comune ci sono soltanto le misure del campo e la progressione dei punti, in rare occasioni le dinamiche psicologiche dell’evolversi di un punto fra due contendenti (come nella vita), ma tutto il resto ha dimensioni tecniche, fisiche, mentali, quantitative di velocità e qualitative di perizia assolutamente incomparabili. Tuttavia, il contesto “sportivo” è lo stesso. Leggi anche: In Salute. Sinner e non solo: quando lo sport causa problemi (e cosa fare)Intorno al gioco del tennis ruota un grande enorme variegato settore “industriale” imprenditoriale, interessi economici e infrastrutturali, investimenti finanze fatturati occupazioni scuole sfide scommesse. I lavori retribuiti riguardano perlopiù chi non gioca (o scandisce il punteggio, raccoglie palline), ovviamente con una forte gerarchia di retribuzione (ricchezza e povertà, oraria settimanale annuale percentuale): chi si occupa dei campi e chi si occupa dei tornei, sia nella gestione che nella preparazione pratica; costruttori di racchette, palline, vestiario, annessi; allenatori, maestri, tecnici, accordatori, medici, psicologi, consulenti, acconciatori, giornalisti, fotografi, commentatori; avvocati, ingegneri, architetti, operai; amministratori pubblici e privati, reti televisive, sponsor di prodotti che meno o più c’entrano poco, pubblicitari; milioni di tifosi, sugli spalti e in spazi privati. I migliori professionisti del gioco affrontano tornei durante quasi tutto l’anno (vacanze un mese da fine novembre), con un tabellone a eliminazione diretta. I quattro tornei slam (Melbourne, Parigi, Londra, New York) iniziano con 128 giocatori, occupano circa due settimane ciascuno, da soli generano ricavi per quasi 1,5 miliardi di euro ogni volta che si giocano (gennaio cemento di vari colori, giugno terra rossa, luglio erba verde e obbligatorio abbigliamento bianco, ottobre cemento). Anche solo poter giocare il primo turno consente di acquisire una cifra considerevole. Di secondo altissimo livello sono i tornei Atp 1000 (96 in tabellone), attualmente nove che occupano più di una settimana, fra cui Roma sulla terra appunto (prima Indian Wells e Miami negli Stati Uniti sul cemento, Monte Carlo e Madrid sulla terra, poi Montreal-Toronto in Canada, Cincinnati, Shanghai e di nuovo Parigi, ma ancora al coperto sul cemento). Nei livelli successivi risultano sparsi per tutti i continenti una quindicina di Atp 500 (64) e una trentina di Atp 250 che occupano meno di una settimana (48 o 32). Si entra in tabellone e si è eventualmente testa di serie sulla base di una classifica che si aggiorna settimanalmente (oppure tramite qualificazioni o inviti locali, per il venticinque per cento). Si guadagna progressivamente più per ogni turno superato, numeri altissimi per il vincitore (a Roma mille punti e oltre un milione di euro). La struttura dell’”infernale” meccanismo dipende dai centri di comando e coordinamento. Vi sono sette frammentate principali entità a decidere sul gioco professionistico: i quattro tornei slam sono autonomi, l’International Tennis Federation (ITF) controlla le competizioni fra squadre nazionali maschile e femminile e cerca di fare sistema, l’ATP e la WTA governano i circuiti dei tornei maschili e femminili (vi è una discreta parità “salariale” giustamente conquistata dalle donne negli ultimi decenni). Ogni entità istituzionale ha propri problemi e visioni. Per fare un esempio, durante i due ultimi ATP 1000 di Madrid e Roma ora nel 2026 è emersa una esplicita ufficiale protesta unitaria di tutti i giocatori e le giocatrici sulla quota percentuale dei ricavi a loro destinata negli slam, stanno minacciando il boicottaggio del Roland Garros e di Wimbledon. Il dodici-sedici per cento è cifra abbastanza inferiore rispetto alla ragione principale per cui si paga un biglietto orario o si compra un abbonamento televisivo per vedere le partite (seguire quegli atleti competere in campo) e a quel che prendono i giocatori negli altri sport popolari e nelle altre manifestazioni tennistiche.Con precedenti nelle corti europee fin quasi dal Rinascimento, come noto (pallacorda), sono stati gli aristocratici inglesi a “inventare” definitivamente il tennis, diffondendolo nel mondo dal terzo quarto dell’Ottocento, tramite colonie, viaggi commerciali, luoghi di villeggiatura. L’ITF fu fondata nel 1913 da tredici associazioni nazionali, oggi ne coordina duecento undici. Il primo abbozzo di organo nazionale italiano nacque nel 1894, a fine 2024 la Federazione Italiana Tennis (e Padel) conta 1.151.769 tesserati, seconda per numero fra le federazioni sportive (dopo il calcio), una rete capillare di associazioni locali e scuole giovanili, un proprio canale televisivo sul digitale terrestre. Gli Internazionali d’Italia non si sono proprio sempre svolti a Roma, si ricordano edizioni a Milano e a Torino. Da decenni la prestigiosa sede è il parco del Foro Italico (adiacente allo Stadio Olimpico e al Ministero degli Esteri), ormai venti ettari con dodici campi per gli allenamenti e nove per gli incontri, alcuni dei quali molto capienti.Leggi anche: Sinner e non solo: perché il tennis ci piace tantoNon ci sono solo sintonie e sinergie: gli enormi interessi “in gioco” quasi mai convergono del tutto, come accennato, sia a livello internazionale che fra i diversi professionismi collegati allo scendere in campo sulle tre diverse superfici. Negli ultimi due secoli il mondo degli stati e della geopolitica è molto cambiato, più volte. Vi sono sempre nuove competizioni armate o economiche, valoriali o religiose, che influenzano inevitabilmente quelle sportive, per quanto antiche. Solo per fare un esempio: tenniste (fortissime) e tennisti russi hanno continuato a giocare, senza bandiera e senza squadra nazionale; la maggioranza delle tenniste (fortissime) e dei tennisti ucraini non stringono loro la mano se capita di averli come avversari. E gli episodi del passato hanno diffusa memoria collettiva: come l’allontanamento quasi generale degli atleti del Sudafrica razzista o la partecipazione alla finale di Coppa Davis della nazionale italiana (vittoriosa, vestiti di rosso) in Cile nel 1975.Ogni organo di informazione dedica uno spazio enorme a presentare e commentare partite e tornei, la vita professionistica e privata dei protagonisti. Esistono guide, manuali, repertori, storie, biografie e autobiografie. Sono da secoli coinvolte letteratura e arte, scienze e filosofie. La bibliografia saggistica e occasionale è sterminata, occorrerebbe presto suggerire qualche ulteriore titolo. C’è una statistica (e ci sono spesso scommesse) per ogni aspetto del “gioco”. Ace (battuta che non viene toccata dall’avversario) e doppio falli (la “prima” del servizio si può ripetere se non prende il rettangolo giusto), dritti e rovesci (a una o due mani), destri e mancini, alti e bassi, esordienti e pluricampioni, posizione tenuta e punti del campo ove si colpisce, le partite già svolte (contro ogni singolo precedente e successivo avversario) e i tornei già vinti, guadagni diretti e indiretti, alti e bassi in classifica, le nazionalità dei primi cento e l’ordine degli appartenenti alla stessa nazione, incidenti e infortuni avuti, i già padri e le già madri, mille altre variabili o curiosità. Il tennis è uno sport prevalentemente individuale, capita spesso e inevitabilmente di avere connazionali dall’altra parte della rete. A Roma nel maggio 2026 fra i primi trentadue uomini (al terzo turno) si contano sette italiani, quattro statunitensi e quattro spagnoli (nonostante l’infortunio di Alcaraz, non accadeva da tempo), tre argentini; il tifo nazionale è fortissimo e incide, anche fra il pubblico presente. E ormai sono tutti esperti conoscitori di dati e strategie, la partecipazione emotiva è altissima e il ritmo codificato consente interruzioni (sia pubblicitarie che personali). Se non amate il tennis, siete messi un pochino male, in questa fase va ribadito. Così è e sarà nell’Italia del decennio in corso, una contingenza storica mai accaduta negli stessi termini nello scorso secolo, soprattutto legata a un grande campione altoatesino (25 anni ad agosto), di poche parole e molti fatti, cresciuto gentile e divenuto finanziariamente ricchissimo, capace di “travolgere” l’intero sistema del gioco, far appassionare la maggioranza dei cittadini e far arricchire pure molti altri. Tal Sinner.















