Colonizzare una terra significa impedire che quella terra sia storia, memoria, casa, ricordi per chi la abita da sempre. Significa strappare radici, identità, vita a un intero popolo. E la vita è generata dalle donne. La memoria è tramandata dalle donne. Sono le donne che tengono viva la storia nei gesti più piccoli, nel pane impastato all’alba, nelle nenie cantate piano, nelle fotografie custodite nei cassetti, nelle parole insegnate ai bambini affinché non dimentichino chi sono. Le radici di un popolo sono annaffiate dalle mani di una donna. La terra è donna, è grembo: nutre, accoglie, custodisce. E come accade ai corpi delle donne, il colonizzatore crede di poterla possedere semplicemente violandola. La terra è donna perché, come le donne ha cicatrici, crepe invisibili, perché come le donne conosce la violenza del possesso. Eppure, continua ostinatamente a custodire memoria sotto le macerie, semi sotto la cenere. Il colonizzatore, pienamente conscio di questa verità, sa che il metodo più efficace per portare a termine il proprio progetto è smantellare pezzo dopo pezzo la rete dei diritti delle donne, privarle della libertà, della salute mentale e fisica per far collassare l’intera capacità riproduttiva di un popolo. In un rapporto Onu pubblicato il 13 marzo 2026 dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato e su Israele si legge che, dall’ottobre 2023, Israele ha sistematicamente fatto ricorso alla violenza sessuale, riproduttiva e ad altre forme di violenza di genere, commettendo “atti di genocidio” contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza.«I servizi di salute sessuale e riproduttiva continuano a essere gravemente compromessi a causa delle infrastrutture danneggiate, della carenza di farmaci e forniture essenziali e della limitata capacità di indirizzamento verso le strutture sanitarie», ha affermato l’Ocha, sottolineando che a Gaza partoriscono fino a 180 donne al giorno. «La grave carenza di posti letto fa sì che le donne sottoposte a interventi chirurgici importanti, compresi i parti cesarei, vengano spesso dimesse entro poche ore e tornino in campi profughi sovraffollati, aumentando il rischio di complicazioni e infezioni», ha dichiarato l’agenzia.Anche Amnesty International ha confermato questa situazione, in un recente rapporto ha affermato che gli operatori sanitari a Gaza hanno segnalato «un aumento esponenziale dei rischi per la salute materna e neonatale negli ultimi 29 mesi» a causa del genocidio perpetrato da Israele. Ciò include parti prematuri, neonati sottopeso e neonati con problemi respiratori, malnutrizione delle donne in gravidanza e depressione post-partum.«La maggior parte delle donne arriva qui in condizioni di stress, trauma e incertezza, dopo aver subito molteplici sfollamenti, perso i propri cari e non essere in grado di procurarsi il cibo nutriente di cui hanno bisogno», ha dichiarato ad Amnesty International il dottor Nasser Bulbol, neonatologo presso l’ospedale Al Helou di Gaza City, sottolineando l’aumento delle gravidanze a rischio dovuto alle condizioni nella Striscia.Agnès Callamard, segretaria generale dell’Organismo umanitario, ha dichiarato: «L’erosione sistematica dei diritti delle donne di Gaza dalla salute, alla sicurezza, alla dignità e a un futuro non è uno sfortunato effetto collaterale della guerra; è un atto di guerra deliberato che prende di mira donne e ragazze».Le terribili condizioni di vita inflitte da Israele continuano infatti ad avere un impatto sproporzionato sulle donne e sulle ragazze palestinesi. Migliaia di donne e ragazze continuano a vivere in condizioni drammatiche, in tende o in scuole sovraffollate, esposte alla violenza e senza accesso all’acqua pulita. La vita delle donne è cambiata completamente, si è stravolta. Alle donne incinte, alle donne che partoriscono senza strumenti adeguati, alle neo-madri, bisogna aggiungere la condizione delle donne che hanno perso i figli. Esiste un termine specifico, nella lingua araba, per fare riferimento alla donna che ha perso un figlio, non ha equivalenti in italiano: è thakla. Perché una donna che perde un figlio o tutti i figli, perde parte di sé per sempre. La sua perdita diviene una condizione dell’anima. A queste bisogna aggiungere, le donne, più di 16mila che hanno perso i mariti e sulle quali grava il peso di mantenere la famiglia. Bisogna aggiungere la condizione di almeno 318mila ragazze in età scolare che non frequentano la scuola da due anni consecutivi, aumentando i rischi di matrimoni precoci, danni psicosociali ed esclusione economica a lungo termine. Nella Cisgiordania occupata, inoltre, vi è un fenomeno in costante aumento: le aggressioni e le molestie sessuali vengono utilizzate per costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie case. Per favorire la pulizia etnica, Israele, utilizza il corpo delle donne. I ricercatori del West Bank Protection Consortium hanno pubblicato uno studio intitolato “Violenza sessuale e trasferimenti forzati in Cisgiordania”, che descrive in dettaglio le crescenti aggressioni a sfondo sessuale e le umiliazioni subite dai palestinesi nelle loro comunità e nelle loro case a partire dal 2023. Donne, ma anche uomini e bambini palestinesi hanno denunciato aggressioni, nudità forzata, perquisizioni corporali invasive e dolorose, israeliani che mostrano i propri genitali, anche a minori, e minacce di violenza sessuale.«La violenza sessuale viene utilizzata per fare pressione sulle comunità, influenzare le decisioni relative al rimanere o abbandonare le proprie case e terre e alterare le abitudini di vita quotidiana», ha affermato il gruppo. Altre forme di violenza segnalate includono l’urinare addosso ai palestinesi, scattare e diffondere fotografie umilianti di persone legate e spogliate, perseguitare donne e minacciarle di violenza. I casi studio sono stati anonimizzati a causa dello stigma che circonda la violenza sessuale. «I partecipanti hanno descritto le molestie a sfondo sessuale come il momento in cui la paura è passata da cronica a insopportabile. Hanno parlato di aver visto donne e ragazze subire umiliazioni e di aver calcolato cosa sarebbe potuto accadere dopo», si legge nel rapporto.A Ramallah esiste un centro, il Centro per l’Assistenza Legale e la Consulenza Femminile (Wclac) che documenta l’uso della violenza sessuale e delle molestie nei confronti di donne e ragazze palestinesi per frammentare e dislocare le comunità. Il Wclac ha affermato che le donne nella Cisgiordania occupata hanno denunciato aggressioni sessuali, tra cui penetrazioni forzate durante le perquisizioni, e abusi, come soldati israeliani che si denudavano davanti alle ragazze ai posti di blocco e le molestavano durante le perquisizioni. Tra le umiliazioni, ha aggiunto, si annoverano le prese in giro rivolte alle ragazze durante il ciclo mestruale. Eppure, il centro afferma che è a conoscenza solo di una minima parte dei casi di violenza sessuale perpetrati da soldati e coloni israeliani. «Si tratta forse dell’1% dei casi, e abbiamo dovuto svolgere molte ricerche nelle comunità locali per guadagnarci la fiducia delle persone e convincerle a raccontarci questi episodi».L’aumento delle violenze e delle molestie sessuali nella Cisgiordania si sta verificando in un contesto più ampio di impunità per gli attacchi contro i palestinesi. Non esistono conseguenze penali per i coloni o i soldati che utilizzano violenza sessuale nei confronti dei palestinesi, nemmeno nei casi più gravi e documentati, come quello dello stupro di gruppo avvenuto nella prigione di Sde Teiman. La recente decisione di ritirare le accuse contro i soldati ha inviato un messaggio inequivocabile: sul corpo delle donne e degli uomini palestinesi tutto è concesso. In una realtà già segnata dall’occupazione e dalla distruzione sistematica, l’impunità non è un’eccezione: è la cornice che rende possibile ogni abuso.