Dall’ottobre 2023, la guerra di Israele su Gaza riversa il suo veleno nei corpi delle donne gazawi, prima ancora che nelle loro tende, nelle cucine improvvisate e nei ricordi di case ridotte in macerie, dove non resta che l’eco dei loro richiami ai figli, dispersi tra un’autobotte dell’acqua e la fila a una mensa caritatevole all’ingresso di un campo per sfollati. Un campo senza muri che le protegga dalla ghigliottina di una guerra che non ha ancora deposto le armi, e dall’instabilità dello sfollamento.In una di queste tende, nella zona di al-Mawasi a Khan Yunis, Shadha Awda, 29 anni, madre di tre figli, racconta il peso che porta sulle spalle come «più pesante di quanto un corpo stremato dallo sfollamento e dalla paura possa sopportare».«Avevo messo una pentola d’acqua sul fuoco per scaldarla e fare il bagno a mia figlia di cinque anni», dice. «Una tenda vicina è stata rasa al suolo da un attacco improvviso, il terreno ha tremato sotto di noi, la pentola si è rovesciata e l’acqua bollente è finita sul corpo della mia bambina».Sua figlia, Qamar, ha riportato gravi ustioni e da allora ha perso la capacità di parlare. Con voce roca e gli occhi pieni di lacrime, Shadha racconta quanto quell’episodio abbia segnato la sua salute mentale. Da quel giorno soffre di insonnia cronica e di attacchi di panico ogni volta che sente un rumore che ricorda un bombardamento, oltre a un senso costante di esaurimento psicologico e fisico che le impedisce di riposare o di prendersi pienamente cura dei figli.Shadha aggiunge che suo marito è senza lavoro dall’inizio della guerra e non riesce più a garantire nemmeno il minimo necessario ai bambini. «Questa situazione mette una pressione enorme sui rapporti familiari», dice. «I litigi sono più frequenti e l’atmosfera in casa è pesante, soffocante, piena di impotenza».In un’altra tenda, Shireen al-Banna, 41 anni, ricorda la vita che aveva – una vita che descrive come piena di amore, sicurezza e calore insieme al marito e alla loro unica figlia, Lamia, 17 anni – prima che la guerra stravolgesse tutto. «Siamo stati costretti a fuggire da un posto all’altro, ancora e ancora», racconta. «Un giorno mio marito è tornato a controllare la nostra casa, ed è tornato solo sulle spalle degli altri, dopo che un proiettile di un cecchino gli aveva trapassato il cuore». Da quel giorno, la felicità non ha più bussato alla porta del suo piccolo “nido”, un tempo pieno delle risate del marito e della figlia. Oggi Shireen lavora lunghe ore sotto il sole nell’animazione per bambini per pagare le tasse universitarie della figlia. «Cerco di portare gioia ai figli degli altri», dice, «mentre porto da sola il peso del futuro della mia».Non lontano dalla sua tenda, Laila al-Abadleh cerca di chiudere bene il telo logoro attorno al figlio di sei anni, Jamil, come se quel gesto potesse tenere fuori il caos e il dolore del campo. Prima della guerra, suo marito lavorava in un centro commerciale. Dopo, si è ritrovato in fila per gli aiuti, sperando in un sacco di farina o in una scatola di latte per il loro unico figlio. Un giorno è uscito e non è più tornato. Le sue tracce si fermano a un punto di distribuzione degli aiuti che Laila ora chiama «la porta della morte» per tutti quelli che sono usciti e non sono più rientrati.«Le rotte degli aiuti non sono mai state davvero una via di salvezza», dice Laila. «Sono una strada piena di incertezza e pericolo: gli uomini escono e non tornano, le domande si affollano nella testa di chi resta ad aspettare, e la paura ci stringe il petto ogni volta che sentiamo di un attacco su un’altra fila per gli aiuti».Senza notizie certe sul destino del marito, Laila si sente intrappolata in una zona grigia tra la vedovanza e la speranza che sia ancora vivo. Non sa se è moglie o vedova, ma in ogni caso non ha scelta: deve essere madre e padre per Jamil. Crescere anche un solo figlio in una guerra senza fine, dice, è un compito ben oltre le sue forze. Le sue giornate sono consumate dalla ricerca di acqua, cibo e medicine, e dallo sforzo di nascondere la propria paura agli occhi di un bambino che ora chiede del padre più spesso di quanto lei riesca a trovare risposte.«Cerco di rendere il futuro di Jamil bello come il suo nome», dice. «Voglio che ricordi questo periodo solo come il tempo in cui ho cercato di proteggerlo – non come quello in cui gli ‘aiuti’ ci hanno portato via suo padre». Con ogni nuova notte nella tenda, sente che la sua lotta non è più solo sopravvivere ai bombardamenti, ma resistere alla crudeltà di essere l’unica responsabile di un bambino che cresce nel cuore di questa guerra.Secondo i dati dell’Ufficio stampa del governo di Gaza, più di 12.500 donne sono state uccise dall’inizio della guerra, tra cui oltre 9.000 madri, mentre il numero delle vedove è salito a circa 21.200. Dietro ciascuno di questi numeri c’è la storia di una famiglia stravolta con la forza e di un’infanzia il cui percorso è stato irrimediabilmente alterato.Dentro queste cifre, Shadha, Shireen e Laila – insieme a migliaia di donne nei campi e nei quartieri devastati – cercano di preservare per i propri figli almeno il contorno di un futuro diverso: una casa al posto di una tenda, un banco universitario invece di una fila per gli aiuti, e un cielo meno affollato di aerei da guerra e più aperto al passaggio di nuovi sogni. E anche se all’orizzonte non si vede una fine chiara della guerra, queste donne si aggrappano a un desiderio semplice che oggi appare lontano: che i loro figli possano crescere in una Gaza più sicura, ricordando le loro madri non solo come sopravvissute alla guerra, ma come donne che hanno scavato la possibilità della vita tra le rovine.