Il 14 settembre del 2024, Dalal, insegnante di 31 anni, viene svegliata in piena notte dal suono degli spari. Si affaccia alla finestra del suo appartamento a Kiryar Arba, vicino a Hebron, e vede decine di coloni armati, insieme a soldati dell’esercito israeliano. Dalal è incinta, aspetta il suo terzo figlio, e così suo marito, temendo di subire un attacco, decide di portarla via insieme ai bambini. La donna però si sente male, comincia a perdere sangue e a vomitare. Quando arriva in clinica è troppo tardi: i medici le dicono che ha avuto un aborto spontaneo. La sua storia è raccontata nel nuovo rapporto elaborato da Oxfam insieme a We Rise che prende in esame gli effetti dell’occupazione militare israeliana sulla vita delle donne palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. “Sono ancora in lutto per la perdita del mio bambino” racconta Dalal. “I miei bambini non riescono a parlare degli attacchi dei coloni e sono costantemente angosciati. Non dormono e tutte le notti vado in camera loro perché si sentano al sicuro”.

Le donne sono vittime due volte. “Il conflitto e l’occupazione illegale hanno un impatto indicibile su di loro” denuncia Oxfam. “Un’emergenza drammatica che la comunità internazionale e le Nazioni Unite avrebbero potuto contrastare e prevenire, ma di fronte a cui sono rimasti inerti“. Sono passati 25 anni dall’adozione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che riconosce le conseguenze dei conflitti sull’universo femminile e dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza. Due iniziative che secondo Oxfam avrebbero dovuto garantire un ruolo chiave delle donne palestinesi nella vita pubblica, e che invece non sono mai state davvero trasformate in realtà.