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Ultimo aggiornamento: 7:50
Da giovedì 31 luglio, più di 60 donne del villaggio palestinese di Umm al Khair, nel sud della Cisgiordania, hanno iniziato uno sciopero della fame. La loro richiesta è semplice e profonda: riavere il corpo di Awdah Hathaleen, ucciso a sangue freddo pochi giorni prima da un colono israeliano, Yinon Levi, durante un violento attacco al villaggio.
Le donne chiedono anche il rilascio degli abitanti arrestati dopo l’incursione. Due di loro sono già state ricoverate per complicazioni legate allo sciopero, ma affermano con determinazione che non interromperanno la protesta finché le loro richieste non saranno accolte.
Awdah Hathaleen, figura di riferimento nella comunità, è stato colpito lunedì 28 luglio mentre cercava di difendere le terre del villaggio, invase e devastate con mezzi pesanti. L’omicidio è avvenuto alla luce del giorno, davanti a testimoni, ed è stato documentato in un video diffuso ampiamente. Il suo corpo, trasportato all’ospedale Soroka di Beer Sheva, è stato poi trattenuto dalla polizia e inviato all’Istituto Nazionale di Medicina Legale di Abu Kabir, a Giaffa, per l’autopsia. Nonostante l’esame sia stato completato, le autorità si rifiutano di restituire la salma alla famiglia, subordinandone la restituzione a condizioni che la comunità definisce “umilianti”: un funerale notturno, silenzioso, con non più di 15 persone, fuori dal villaggio, senza tenda del lutto. La famiglia ha rifiutato: “Awdah non è un ladro, e non lo seppelliremo nell’oscurità”.






