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Marta Ghezzi

Il progetto sociale, voluto da educatori e volontari, garantisce un lavoro e offre un'opportunità di reinserimento. L'importanza del riciclo dei tessuti

Davide attacca: «Facevo il tassista, ma che senso ha parlarne ora, qui. Ho smesso di guardarmi indietro, di pensare a quello che ho lasciato fuori, preferisco concentrarmi sul futuro, mantenere una finestra aperta sul domani». Mentre parla, cuce. A macchina. Punti minuscoli e regolari, invisibili nella trama della stoffa. Lui, bandana in testa, muscoli delle braccia in rilievo, dice: «Ho sempre considerato la macchina da cucire cosa da donne. Mia nonna ne aveva una, vetusta, di quelle a pedali, custodita dentro un armadietto. Quando da piccolo giocavo a nascondino con mia sorella ci finivamo sempre dentro. Mai avrei pensato di imparare a usarla. Oggi è il presente e il futuro. Mi consolo», aggiunge, «dicendomi che prima guidavo una macchina in movimento, ora una che è sempre ferma».

Genti ascolta e annuisce: «Era mia moglie che cuciva, io non mi sono mai avvicinato, non sapevo fare nulla. Vuoi sapere se mi piace? Molto, dà soddisfazione partire da zero e arrivare ad avere in mano un prodotto finito, un cuscino, una borsina di tela, belli e senza errori». Pragmatico e sincero, confessa altro: «Sarebbe tremendo stare tutto il giorno in sezione, senza fare nulla. E poi, i soldi servono, con lo stipendio mangio meglio, perché posso comprare allo spaccio interno, ma soprattutto aiuto la mia famiglia». La sartoria Borseggi è nata dentro al carcere di Opera nel 2012. Un progetto di imprenditoria sociale immaginato, voluto, da educatori e volontari. «Per offrire vere opportunità di lavoro ai detenuti, e garantirgli una possibilità in più quando escono», sintetizza Federica Dellacasa, presidente della cooperativa Opera in Fiore che ha costruito il progetto. Lei prosegue: «Le recidive si abbassano, quasi si azzerano, se una volta tornato libero riesci a mantenerti. L’inserimento lavorativo è vincente per rimanere su binari di normalità».