25 giugno 2000. David Bowie sta per esibirsi sul prestigioso palco del Festival di Glastonbury, in Inghilterra, davanti a una folla sterminata. Dietro il palco è nervoso, quasi impaurito. A proposito di un concerto così grande si chiede “sono ancora capace di farlo?”. Così manda sul palco Mike Garson, il suo pianista, per scaldare il pubblico, proprio come aveva fatto nel 1973, a Londra, all’Hammersmith Odeon, nel famoso concerto dell’assassinio di Ziggy Stardust. Anche lì, David Jones era molto nervoso. La folla di Glastonbury è altrettanto tesa, rumoreggia, attende, mentre Mike Garson suona quella canzone più veloce del solito, per finirla. Così David Bowie sale su quel palco a forma di piramide. E le sue prima parole sono “love me love me love me” “amami amami amami”. L’attacco infatti è con Wild Is The Wind, la canzone che, per eccellenza, mette in scena la fragilità. Ed è proprio questo quello che ci ha lasciato la visione di Bowie: The Final Act, il documentario di Jonathan Stiasny, che esplora gli ultimi trent’anni di carriera di David Bowie, che arriva in oltre 100 sale italiane come evento speciale il 25, 26 e 27 maggio. Ci ha raccontato come anche un grandissimo come David Bowie possa aver avuto dei dubbi su di sé e il suo percorso artistico, delle paure ad affrontare un palco, che possa anche aver pianto per una recensione negativa. È per questo che Bowie: The Final Act è un film inedito, che completa il racconto di altri film dedicati a lui. È un film da non perdere.Let’s Dance: Bowie diventa una popstarDavid Bowie era un profeta culturale. Uno che, a suo modo, ha viaggiato nel tempo. Questo dicono di lui i testimoni del suo percorso artistico, quelli che con lui hanno diviso la scena e le scelte. E così anche Bowie: The Final Act viaggia avanti e indietro lungo la timeline della carriera dell’Uomo delle Stelle. Tutto nasce da quel punto di svolta che è il 1983, l’anno di Let’s Dance, e del tour mondiale che lo ha portato a suonare in stadi per centinaia di migliaia di persone. È lì che, all’improvviso, è diventato una popstar. “Mi sentivo disorientato dopo Let’s Dance” sentiamo dire dalla sua voce. “Non sapevo quale fosse il mio posto. Ero stato etichettato”. Bowie ha passato gli anni Ottanta incerto sul da farsi. Dare il seguito a Let’s Dance o cambiare? Avrebbe scelto la prima via, con due album non molto riusciti (Tonight e Never Let Me Down). Ma, a un certo punto, sarebbe arrivata la prima svolta.Tin Machine: essere solo il 25% di una bandÈ il 1989 quando David Bowie dà vita ai Tin Machine, una band hard rock, qualcosa che nessuno si aspettava da lui in quel momento. Bowie ci teneva a far capire questo: era una band, formata da 4 elementi, e lui era solo il 25%, era solo il cantante. Reeves Gabrels, il chitarrista, racconta un gustoso aneddoto: era stata la sua ragazza di allora, che lavorava nell’ufficio stampa di Bowie, a portare a lui una cassetta con i pezzi. Era proprio il suono che stava cercando. Bowie voleva reinventarsi, fare un disco che avesse cose più in comune con i Pixies che con la musica che stava facendo allora. “Era un tizio qualsiasi in una band”. Ed era felice così. Con la band arrivano due album, Tin Machine e Tin Machine II. Ma quel progetto non fu affatto apprezzato dai fan. E neanche dalla casa discografica, che non voleva un secondo album dei Tin Machine, voleva un altro Let’s Dance. E così la EMI licenziò David Bowie (Tin Machine II fu pubblicato dalla Victory e non rientra nella discografia ufficiale di Bowie ristampata da EMI).C’è chi ha visto Bowie piangereEnglish singer David Bowie (1947 - 2016) performs on the set of his music video "Jump They Say" in Los Angeles, California, March 1993. (Photo by Lester Cohen/Getty Images)Lester Cohen/Getty Images“This Corrosion”, “Il logoramento”. Così titolava il Melody Maker la recensione di Tin Machine II. Guardando questo film abbiamo capito che David Bowie poteva essere anche stroncato. L’allora giovane giornalista John Wilde scriveva cose come “Ora a 44 anni si ritrova nel ruolo piuttosto improbabile di zimbello internazionale”, definisce la sua musica “rock da pub”, chiudendo il suo articolo con “hot tramp, ti abbiamo amato, ma adesso piantala”. Wilde racconta di essere stato convocato in redazione, insieme ad Alan Edwards, l’ufficio stampa dell’artista che gli disse che, mentre era in Svizzera con lui, aveva visto Bowie che stava leggendo la recensione e stava piangendo. Dopo il secondo album il progetto la band, semplicemente, svanì. “Bowie sentiva che la gente lo stava dimenticando, che stava scomparendo, che il suo tempo fosse finito” racconta lo scrittore Hanif Kureishi.Earthlings: la linfa vitale della jungle e della drum’n’bassNegli anni Novanta Bowie riparte da lui. Da un suo romanzo, Il Buddha delle periferie, che diventa una serie tv. Bowie, cresciuto nei sobborghi di Londra, si identifica in quel racconto e propone di scrivere la colonna sonora: The Buddha Of Suburbia è il titolo dell’album e anche di una canzone, carica di nostalgia e vicina alle atmosfere delle sue canzoni anni Settanta. Ma, ancora di più, su Bowie influisce la cultura e la musica nata dai rave party che, a metà degli anni Novanta, infiammano l’Inghilterra, anche come risposta politica al governo. Bowie è sempre stato attratto dalle forme contro-culturali. In quegli anni non gli interessano il britpop, i Blur e gli Oasis, ma la musica jungle e la drum’n’bass, la musica di Goldie e del club Blue Note. La scena in quegli anni era cambiata. “Non c’era più il cantante singolo che si pavoneggiava sul palco. C’era il dj che metteva dei pezzi”, racconta l’alfiere della jungle Goldie. Dall’incontro con quel mondo nasce Earthlings, del 1997, il disco di Little Wonder. È un'altra di quelle volte in cui Bowie prende quello che gli piace e ne riesce a fare qualcosa di suo.Life On Mars? a Glastonbury: il momento in cui tutto si fermaMa, secondo la tesi di Bowie: The Final Act, la vera svolta nella carriera di Bowie, la sua rinascita, arriva quando gli viene proposto di fare l’headliner al Festival di Glastonbury, dopo che aveva partecipato (sonando alle cinque del mattino) alla prima edizione, nel 1971. E così viviamo a quel momento così delicato, da dove siamo partiti per il nostro racconto. David Bowie con il mal di gola, con un concerto a New York cancellato pochi giorni prima. Un artista enorme che scruta il pubblico, che non è sicuro degli stivali da indossare. Che teme di non farcela. E che sale sul palco, e, a sorpresa, decide finalmente di cantare tutti i suoi grandi successi, dall’inizio alla fine. Arrivato al momento di Life On Mars?, la canta meravigliosamente, reinventandola, cambiando le note dopo le prime due battute del ritornello, e creando una nuova versione che è rimasta. È quasi un momento di teatro. È il momento in cui si fermano tutti. A Glastonbury, ma anche gli intervistati per questo documentario. È il momento in cui, in chiunque guarda, scatta per la prima volta la commozione.Blackstar: l’atto finaleLa commozione scatterà ancora quando il film arriva al vero atto finale della sua carriera. Passando per il Reality Tour del 2024, quello in cui si riconcilia con il suo repertorio ma anche quello in cui, in Germania, si ferma per un infarto, per i nove anni di assenza dalle scene e il ritorno nel 2013 con The Next Day, trainato dalla nostalgica Where Are We Now?. Così arriviamo al 2015-16, alla malattia, all’annuncio dato al suo produttore, Tony Visconti, e ai musicisti e ai fonici con cui stava lavorando all’ultimo disco, Blackstar, che sarebbe stato il suo testamento. “Facciamo solo grande musica” dice loro. Della malattia di Bowie non si è saputo nulla fino alla fine. “Non poteva dire al mondo che era malato. Elvis non l’avrebbe fatto. I Beatles non l’avrebbero fatto. E lui era al loro livello” racconta oggi Tony Visconti. Il testamento è in canzoni che dicono tutto, come I Can’t Give Everything Away, nella title-track, in Lazarus e in quel suo video struggente. “È riuscito a fare i conti con la morte. È riuscito a farlo attraverso la sua musica. Ha scritto il proprio requiem. Chi lo fa?” commenta commosso Mike Garson. “Era davvero un uomo dello spazio, un vero esploratore. Io credo che parli di una partenza verso un nuovo mondo” è l’idea che suscita quella canzone in Jason Lindner, il tastierista che ha suonato in Blackstar. Che è quella che abbiamo avuto tutti noi poco dopo aver avuto la notizia. David Bowie era semplicemente tornato su qualche stella da cui era venuto.Ma gli anni Novanta di David Bowie sono stati grandiosiG52434 David Bowie performs at Glastonbury Festival at Pilton, for the final day of the annual music event.PA Images / Alamy Stock PhotoBowie: The Final Act è dunque un film emotivamente molto forte. È un film che mostra un Bowie inedito. Ed è un film prezioso, con filmati inediti o poco visti. È anche un film a tesi. Dal film sembra che Bowie sia scomparso completamente per gran parte degli anni Novanta, dopo l’insuccesso dei Tin Machine e l’esperimento di Earthlings con la musica jungle, derubricato come un tentativo, e che sia risorto con quel concerto a Glastonbury e con il recupero dei suoi classici. In realtà, noi ricordiamo una storia molto diversa. Gli anni Novanta di Bowie sono stati estremamente creativi e stimolanti. Il film dimentica completamente due album come Black Tie White Noise e, soprattutto, 1. Outside, registrato con Brian Eno, in cui Bowie ricreava un personaggio ed esplorava nuove sonorità, dando vita un’opera rock noir. Il tour seguente, insieme ai Nine Inche Nails, fu un successo. E fu un successo anche il successivo Earthlings, non un semplice esperimento con le tendenze del momento, ma il frutto dell’affiatamento con la band nel tour di 1. Outside. Bowie veniva invitato agli MTV Awards: è memorabile la sua esibizione con The Man Who Sold The World, completamente reinventata dopo il successo della cover dei Nirvana. Proprio quella versione aveva fatto conoscere Bowie a un nuovo pubblico. Chi aveva vent’anni negli anni Novanta considerava Bowie assolutamente rilevante. E ancora al centro del mondo. È probabile che il film veda la sua storia dal punto di vista “inglese”, e che in terra d’Albione durante gli anni Novanta Bowie sia stato visto in un modo differente rispetto al resto del mondo. È comunque un’opinione, un punto di vista. Che non toglie nulla al valore di questo film.La profezia di David BowieD20FM7 David Bowie in concert on 14 May 1978 in the Festhalle in Frankfurt - Germany.dpa picture alliance / Alamy Stock PhotoMa c’è ancora una cosa da dire. È una sorta di profezia che Bowie fece in una famosa intervista nel 1999, alle soglie del nuovo millennio. “Oggi fare il musicista è cambiato. Il potenziale di internet è inimmaginabile. È eccitante e terrificante”. Di lì a poco la rete avrebbe cambiato il modo di fruire la musica, il modo di lavorare dei musicisti e la discografia stessa. Già più di 25 anni fa Bowie aveva capito che non ci sarebbe stata più, in chi faceva musica, quell’urgenza, quella sensazione di poter cambiare il mondo. Ancora una volta l’Uomo delle Stelle aveva visto le cose prima di tutti gli altri.
Bowie: The Final Act ci fa scoprire che anche gli dèi hanno paura
Il documentario di Jonathan Stiasny, al cinema il 25, 26 e 27 maggio, ci fa vedere un lato inedito, fragile, inquieto dell'artista. E lo saluta in modo commovente







