L’intelligenza artificiale come strumento destinato ad aumentare la produttività dei lavoratori? Ora la narrazione sta cambiando. Sono sempre più frequenti gli annunci di piani di riorganizzazione e tagli esplicitamente collegati all’uso dell’AI. Nei giorni scorsi Bill Winters, amministratore delegato della banca londinese Standard Chartered, durante una conferenza a Hong Kong ha spiegato che il gruppo sostituirà parte del “capitale umano di minor valore” con investimenti tecnologici e intelligenza artificiale. Immediate le polemiche, la reazione dei sindacati e una ridda di analisi secondo cui siamo entrati nella fase in cui le aziende smettono di nascondere che l’AI servirà anche a ridurre i posti di lavoro. Ma a licenziare non sono gruppi in crisi: si tratta spesso di realtà molto redditizie che semplicemente utilizzano l’intelligenza artificiale per aumentare ulteriormente efficienza e produttività riducendo il costo del lavoro. E motivare i tagli con l’Ai non significa che i dipendenti vengano sostituiti da chatbot: semplicemente si eliminano funzioni considerate ridondanti spostando risorse verso software e automazione.
Standard Chartered in particolare ha annunciato un piano che prevede il taglio del 15% delle funzioni corporate entro il 2030, con quasi 8mila posti coinvolti soprattutto nelle attività di back office (su un totale di 52mila) e nelle mansioni amministrative considerate più facilmente automatizzabili attraverso sistemi di analisi avanzata e AI generativa. Dopo le polemiche, Winters ha cercato di correggere il tiro con messaggi interni ai dipendenti e un post su Linkedin, assicurando che i lavoratori sono “apprezzati” ma voleva “aiutarli ad affrontare il ritmo accelerato dei cambiamenti nel nostro settore”.











