MESTRE - Una cosa colpisce più di tutte in questa storia. Non solo i risultati sportivi. Non l'aggressione subita a 14 anni pestato dal branco fuori dalla scuola o la vicenda familiare segnata dalla guerra. Ma la forza che una madre è riuscita a trasmettere al figlio. E forse è proprio da lì che tutto comincia. Prima ancora della boxe, prima delle medaglie e del podio nazionale, c'era una madre che cercava la palestra giusta per suo figlio. «L'ho portato la prima volta in una palestra vicino alla stazione. Non avevamo la macchina e sentivo che quell'ambiente non era adatto a lui. Così ho iniziato a cercare un'alternativa e ho trovato la palestra giusta. C'era un modulo difficilissimo da compilare, allora siamo andati direttamente a parlare. Appena entrata ho capito a pelle che lì le cose sarebbero andate meglio».
LA STORIA È la storia di un ragazzo di diciassette anni, veneziano d'adozione e di origini ucraine. Un ragazzo che nella boxe ha trovato molto più di uno sport. Oggi colleziona risultati importanti, ma tre anni fa il suo nome era finito al centro di una brutta aggressione avvenuta fuori da scuola. «Non mi sono fatto trascinare dal brutto, ma dal bello che per me è la boxe. L'importante è trovare la propria strada». Avrebbe potuto intraprendere una strada sbagliata. Invece è diventato un esempio da seguire: quello di chi dalle batoste riesce a uscirne migliore. A insegnarglielo, raccontano mamma e figlio, è stato soprattutto il team della palestra. «Con i maestri abbiamo trovato una vera e propria famiglia. Ci aiutano tantissimo». E dentro quella palestra ci sono regole precise. «Si è pugili solo in palestra. Fuori bisogna essere umili». LO STILE Per il 17enne è uno «stile di vita». Tanto che, anni dopo quell'episodio, quando uno dei suoi aggressori gli si è avvicinato per chiedergli scusa, lui ha risposto semplicemente: «Fa niente, è acqua passata». E forse è questa la parte più difficile da comprendere: quanta forza serva perché certi lividi smettano di fare male. La madre ha deciso di condividere questa storia perché oggi suo figlio sta diventando qualcosa di importante, dentro e fuori dal ring.«Penso che la sua transizione, dal trauma di tre anni fa fino al podio nazionale, possa essere una bellissima notizia di speranza per la cronaca di Mestre». Una città verso cui la famiglia non ha mai perso fiducia. Anzi, è la città che li ha accolti. «Noi veniamo da Kherson, una città povera dell'Ucraina». Oggi è la città con il più alto numero di attacchi di droni contro civili al mondo, bersagliata quotidianamente dagli attacchi. «La nostra città ormai non esiste più. Siamo arrivati qui nel 2014, quando la Russia aveva annesso la Crimea». In Ucraina, però, è rimasta parte della famiglia. «Il papà di mio figlio è rimasto lì perché gli uomini non possono lasciare il Paese. Parla con i ragazzi tutti i giorni, è di grande aiuto. A Kherson è rimasto solo il nonno, che è troppo orgoglioso per andarsene, come tanti altri parenti». È qui che questa famiglia vorrebbe costruire definitivamente il proprio futuro. LE MEDAGLIE «Adesso dovremo iniziare la procedura per richiedere la cittadinanza italiana per meriti sportivi. Chissà che un giorno mio figlio non possa vestire la maglia azzurra». D'altronde i risultati parlano già per lui: medaglia d'argento ai Campionati italiani, titolo regionale veneto e vittoria ai Campionati interregionali di Montecatini Terme. Ai Campionati italiani partiva sfavorito, soprattutto per la minore esperienza rispetto agli altri atleti. IL MESSAGGIO Eppure è arrivato sul podio. Ai ragazzi della sua età vuole trasmettere questo messaggio: «Non fermatevi al primo fallimento. E non lo dico solo per quello che ho vissuto tre anni fa. A ottobre, ai campionati, sono uscito ai quarti e quella sconfitta mi ha fatto venire ancora più voglia di migliorare». Dietro il racconto di un giovane pugile promettente c'è soprattutto il desiderio di essere accolto e riconosciuto da quella che sente come la sua nazione. È la storia del "Rocky ucraino": nato da una famiglia fuggita dalla guerra e cresciuto a Mestre. Dopotutto, come lo stesso Rocky Balboa, anche questo giovani ci insegna che: «Nessuno può colpire duro come fa la vita. L'importante non è come colpisci, ma come sai resistere ai colpi».







