Sul palco degli Sky Inclusion Days, Irma Testa ha scelto di raccontarsi partendo da un’immagine precisa: il ring come una “prigione delimitata da sedici corde”. Un posto piccolo, chiuso, dove però - ha spiegato - si è sentita libera per la prima volta. Da lì ha ripercorso il cammino che l’ha portata dalla periferia di Torre Annunziata fino alla medaglia olimpica di Tokyo, intrecciando sport, emancipazione e cambiamento culturale.“Crescere in periferia significa presto imparare regole non scritte”, ha detto. Lì “le storie si somigliano tutte” e le possibilità sembrano già decise in partenza. A tredici anni il pugilato è diventato il modo per immaginare una strada diversa. “Sono passata dalla prigione dei vicoletti del mio quartiere alla prigione del ring”, ha raccontato.Nel suo percorso, ha ricordato, è stato decisivo l’incontro con il maestro Lucio Zurlo, allenatore della Boxe Vesuviana e figura centrale nella sua crescita sportiva. “A volte basta questo: una persona che ti guarda senza pregiudizi”. In un ambiente dove il pugilato femminile veniva ancora considerato un’eccezione, sentirsi riconosciuta ha fatto la differenza.Il trasferimento ad Assisi, nel centro federale, è stato il primo vero distacco dalla vita di quartiere: “Quando ho capito che c’era la possibilità di andare via, non ci ho pensato due volte”. Attorno a sé vedeva un destino che sembrava già scritto, soprattutto per le donne, “sempre comparse nella vita degli altri”.Ad Assisi si è trovata dentro una realtà costruita quasi esclusivamente al maschile. Lo percepiva nelle immagini appese alle pareti del centro federale, ma soprattutto negli atteggiamenti quotidiani. “Ti guardavano con sufficienza”, ha raccontato. Alcuni allenatori, ha ricordato, dicevano apertamente che le donne avrebbero dovuto fare “qualcosa di più adatto a loro”. Anche il trattamento riservato alle atlete era diverso: meno staff, meno attenzione, meno risorse.È in quel momento, ha spiegato, che ha deciso di portare avanti una “piccola rivoluzione”. Prima dentro il pugilato, poi anche fuori, attraverso la visibilità conquistata con i risultati. Le medaglie vinte dalle pugili italiane hanno cambiato progressivamente gli equilibri e costretto l’ambiente sportivo a riconoscere il valore del movimento femminile."Al centro federale ci sono dei cartelloni con le foto delle squadre olimpiche - ha raccontato -. Ogni edizione una foto. Londra 2012 sette uomini. Rio 2016 sei uomini e una donna, io. Tokyo 2020 soltanto quattro donne e la prima medaglia olimpica della boxe italiana. L’ho vinta io sul ring ma è stata una vittoria di un intero movimento. Parigi 2024 cinque donne e tre uomini. La storia non si eredita, si conquista".Oggi Testa allena giovani pugili e considera questo uno dei risultati più importanti della propria esperienza. “Sono felice quando entrano in palestra ragazzine, perché oggi possono riconoscersi in qualcosa che io non avevo”. Il monologo si è chiuso tornando all’immagine iniziale della prigione: “La mia l’ho smontata, l’ho ridipinta e alle pareti ho appeso le storie di donne che mi hanno ispirato”. Ora tocca a voi - è il messaggio ai giovani in platea -. La porta della vostra prigione si apre solo quando decidete di spingerla".
Irma Testa: "Il mio sogno ho iniziato a inseguirlo a 13 anni, quando sono passata dalla prigione del mio quartiere a quella del ring"
Boxe e donne, ma anche periferie e prigioni: la pugile, bronzo a Tokyo 2020, si racconta agli Sky Inclusion Days








