La chiusura a lungo termine di Hormuz sarebbe così rovinosa che nessuno ha mai osato prevederla davvero. Succede da tre mesi, da quando è iniziata la guerra. Ma mentre cresce la speranza per la riapertura a breve dello Stretto (ci sono tutti i segnali di avvicinamento tra Iran e Usa almeno per un'apertura parziale), qualcosa è cambiato nella percezione delle pressioni sul tavolo negoziale Usa-Iran con il passare dei giorni. Dopo tre mesi di Hormuz bloccato, il conto pagato finora dagli Usa appare meno pesante del previsto. Con le borse ai massimi e il petrolio più o meno sotto controllo intorno a quota 100 dollari al barile, sono meno forti del previsto anche le pressioni su The Donald al tavolo negoziale. Pesa più la "stanchezza" sul dossier che le preoccupazioni economiche.

È come se la soglia del dolore-quella che secondo gli analisti può costringere Trump a una marcia indietro, seppure mascherata, anche in vista delle elezioni di Midterm-si sia un po' spostata verso l'alto per Donald Trump. A dirlo sono i numeri di una guerra che è stata relativamente economica finora.Sicuramente è costata quei 29 miliardi di dollari, o poco più, che a metà maggio ha dichiarato al Congresso Jay Hurst, Comptroller del Dipartimento della Difesa. Mentre secondo i ricercatori della Brown University, il conflitto in Iran è costato finora agli americani almeno 41,5 miliardi di dollari in spese aggiuntive per il carburante.Poi c'è l'aumento dei Treasury che spinge il costo del debito pubblico (mentre il disavanzo fiscale è proiettato verso i duemila miliardi). Il titolo trentennale è passato dal 4,6% al 5% (+9%), con il decennale passato da 3,9% al 4,5% (+15%). E qualcuno ha avanzato l'ombra dei bond vigilantes in azione. Ma non c'è ancora traccia, per la verità, di quella categoria di investitori che per protesta contro le politiche monetarie o fiscali vendono a piene mani titoli governativi. E poi, certo, c'è l'effetto inflazione, che risulta «persistente». Ma a ben guardare, almeno osservando il termometro che più di tutti interessa a Trump, e cioè quello di Wall Street, il bilancio degli ultimi tre mesi non poteva essere migliore. L'indice S&P500 è vicino al massimo storico e in aumento di quasi il 10% dall'inizio della guerra (+29% la performance a un anno), a fronte del Nasdaq a +16% (+41% nell'ultimo anno).E ancora: lo stesso S&P 500 ha chiuso la settimana in rialzo per la ottava volta consecutiva, l'onda più lunga da dicembre 2023. Dall'inizio del conflitto l'indice americano ha registrato 14 nuovi massimi storici sui 18 complessivi dell'anno. Questo mentre la stagione delle trimestrali del primo trimestre è da classificare tra quelle eccezionali. Con il 91% delle società dell'indice principale che ha già riportato i risultati, l'84% ha battuto le attese sugli utili e l'80% quelle sui ricavi. La crescita aggregata degli utili è al 27,7% anno su anno, il livello più alto dal quarto trimestre 2021. Lì dove a fine marzo il consenso stimava appena il 13%. Quanto ai ricavi, crescono dell'11,4%, il massimo dal 2022. Mentre il margine netto dello S&P 500 è salito al 14,7%, il record storico da quando FactSet monitora il dato nel 2009.Il motore di questi risultati, va detto, resta la tecnologia. L'Information Technology registra una crescita degli utili del 51%, con ricavi in aumento del 29,2%, trainato soprattutto da Nvidia e Micron. Stessa cosa per il settore Communication Services, che cresce del 48,9%, soprattutto grazie ad Alphabet e Meta.Non stiamo assistendo a un entusiasmo indiscriminato sull'economia Usa. Ma in un mondo con crescita nominale più debole, debito più alto e costo del capitale in aumento, il mercato continua a premiare in modo quasi monopolistico le poche aziende considerate capaci di espandere margini e produttività, dicono gli analisti, ma soprattutto di cavalcare la nuova onda AI. Non è il massimo, ma è quanto basta per fare gioco a Trump.Passando ai prezzi della benzina, sono aumentati ma sono al di sotto del loro picco record del 2022. E in qualche modo Trump ha messo in conto - lo ha detto a chiare lettere - che possano restare alti fino alle elezioni di Midterm. Tanto poi scenderanno, aiutati almeno dal taglio annunciato delle tasse. E crolleranno, ha ripetuto ieri, a guerra finita.Quanto all'economia, sta galoppando spinta dal traino dell'IA, con la stima per la crescita del secondo trimestre superiore al 4%. L'inflazione mette pressione sulla Fed di Kevin Warsh che difficilmente riuscirà a tagliare i tassi, se non si sblocca Hormuz. Ma alla fine anche il petrolio è rimasto lontano dai 200 dollari al barile immaginati in caso di stop di tre mesi dei flussi dal Golfo. E anche questo gioca a favore di Trump.