VENEZIA - C’è chi li lascia ricoverati negli ospedali di comunità finché si può, e anche oltre. E chi non si fa trovare in casa quando vengono dimessi. E loro, gli anziani, specie in estate diventano sempre più spesso un peso per le famiglie e per la sanità pubblica o i servizi sociali, presi nel mezzo tra chi non può e chi non vuole tenerli. La denuncia arriva da Pierluigi Stefinlongo, geriatra all’istituto Stella Maris del Lido di Venezia. Insieme ai colleghi, ogni giorno affronta un fenomeno che cresce in silenzio. «Noi non siamo una casa di riposo, né un luogo dove dimenticare gli anziani - spiega con calma il dottor Stefinlongo, quasi temendo che le parole possano ferire -. Le cure sono già programmate dall’ospedale attraverso un Piano di assistenziale individuale e dopo 30 giorni il paziente deve tornare a casa. Non esistono proroghe a pagamento, non esistono scorciatoie. L’unica eccezione è un evento acuto, come una polmonite, che può giustificare qualche giorno in più».
IL CASO I familiari firmano all’ingresso, consapevoli di questa regola. Eppure, troppo spesso, quella firma sembra svanire. Nei giorni scorsi, una donna anziana, fragile, con tre figli – che aveva ottenuto una proroga di una settimana per le sue condizioni fisiche – è stata dimessa, come previsto, e accompagnata a casa. Ma nessuno ha aperto la porta. È dunque stata riportata all’altro ospedale veneziano del Fatebenefratelli, poi trasferita all’Ospedale Civile, infine sono state avvisate le forze dell’ordine: c’erano gli estremi per il reato di abbandono di incapace. Una scena che pesa come un macigno, che non dovrebbe verificarsi. E invece accade. «Un fenomeno che aumenta con l’approssimarsi dell’estate - racconta Stefinlongo -. È come quando si abbandonano i cani in autostrada. La badante va in ferie, i figli anche, e qualcuno pensa che l’ospedale possa diventare un luogo dove lasciare i propri genitori. Ma non è così. E non può esserlo». Il geriatra non cerca colpevoli. «Non vogliamo accusare nessuno - ripete -. Gestire un genitore fragile è difficile, a volte difficilissimo. Ma resta un compito dei figli». Il problema, però, è più grande delle singole famiglie: i servizi sociali del Comune intervengono, ma i tempi sono lunghi. Le case di riposo non hanno posti sufficienti, le reti di cura sono sempre più sottili; e sempre più spesso arrivano diffide legali che intimano di non dimettere l’anziano, come se l’ospedale di comunità potesse sostituirsi alla famiglia. LETTERE D’AVVOCATO «Riceviamo lettere di avvocati che ci intimano di non dimettere il paziente - racconta -. Ma la legge è chiara: noi non possiamo trattenerlo oltre i trenta giorni. Non è una scelta, è un limite strutturale». E in una città come Venezia, dove la fragilità non è un’eccezione ma una condizione diffusa, questa storia non è un caso isolato. SOLUZIONI «È un problema presente da anni, ma nessuno vuole affrontarlo davvero», ribadisce il geriatra. E allora cosa fare? Stefinlongo immagina un percorso semplice, concreto: un tavolo di confronto che coinvolga medici, Comune, servizi sociali, case di riposo e famiglie, una carta d’impegno che definisca tempi, responsabilità, procedure, il coinvolgimento del giudice tutelare per i pazienti più fragili, quando il medico non viene ascoltato. Serve collaborazione, non accuse – conclude - Serve che tutti facciano la loro parte. Noi ci siamo, ma da soli non basta». LA MAPPA A Venezia, città che invecchia mentre i residenti si assottigliano gli ospedali di comunità sono strutture intermedie tra territorio e ospedale, pensate per stabilizzare i pazienti fragili appunto per un massimo di 30 giorni. Sono una cinquantina di posti distribuiti tra l’Ospedale Civile, il Fatebenefratelli e lo Stella Maris al Lido. Ma da soli questi posti non possono costituire una risposta.










