Trump e l’Iran ricordano il tempio romano di Giano bifronte, le cui porte venivano aperte in tempo di guerra e chiuse in tempo di pace: ma sullo Stretto di Hormuz queste porte sono diventate sliding doors e scorrono da una parte all’altra.

Lo fanno con la velocità delle dichiarazioni dei protagonisti e dei mediatori veri o presunti (Pakistan, Qatar, Paesi arabi e dietro le quinte Cina e Russia). Che il destino della guerra, e di gran parte del mondo, sia appeso a questa diplomazia sincopata accompagnata da minacce continue appare quasi assurdo. Perché assurda è stata questa guerra, quasi quanto è la pace che al massimo arriverà sotto la forma di una tregua alla coreana, destinata magari come quella sul 38esimo parallelo a durare a lungo a o a essere infranta con una semplice e fatale provocazione. Qualunque accordo che garantisca la sopravvivenza del regime di Teheran per Trump e Netanyahu è difficile da vendere come una vittoria.

Questa guerra per Trump e Netanyahu, che lo ha spinto al conflitto, doveva – e forse deve ancora – concludersi con la resa incondizionata dell’Iran. Anzi il premier israeliano ha fatto intendere che con la decapitazione di figure chiave come la Guida suprema Ali Khamenei sarebbe arrivato anche il cambio di regime. Netanyahu, prima ancora di disintegrare il nemico, ha annichilito l’intelligence americana: prima infilando uomini legati al Mossad nelle manifestazioni in Iran, poi dimostrando di poter individuare e colpire la leadership. Ha venduto a Trump la grande illusione di una guerra breve e trionfale. Anche per questo la guerra, iniziata il 28 febbraio alla vigilia di un nuovo incontro diplomatico a Ginevra, è assurda. Ancora di più lo è perché lanciata sull’assunto sbagliato che la Repubblica islamica, una volta sparata la silver bullet, la pallottola d’argento, contro Khamenei sarebbe crollata.