La forma e il fare. Eco esordisce con il problema della forma e dell’operare. Il suo maestro Pareyson concepisce la forma non come struttura statica, ma come processo di formazione. L’opera non è un oggetto già compiuto separato dal proprio farsi, ma il risultato di una attività che scopre la propria regola nel corso stesso dell’esecuzione. Eco muove di qui, dall’estetica non come teoria del giudizio ma come tecnica della produzione. Il punto decisivo non è contemplare il bello, ma comprendere come qualcosa venga fatto. L’arte appare allora come tecnologia nel senso originario della téchne: un sapere operativo che nell’esecuzione, una competenza senza comprensione, un fare senza sapere, trova la propria regola. L’opera riesce o fallisce non perché corrisponda a una verità esterna, ma perché raggiunge o non raggiunge una coerenza interna. La domanda fondamentale non è dunque «è vero?», ma «funziona?», «riesce?», «è felice?», proprio come può essere felice o infelice un atto linguistico o un tiro in porta. E tutta la proliferazione di interpretazione e di performativi si svolge, proprio come i rosoni e le chimere di una cattedrale gotica, in un impianto sistematico e scolastico.

Tommaso d’Aquino e la preforma dell’estetica. Conosciamo la storia: la tesi di laurea di Umberto Eco, Il problema estetico in San Tommaso (1956) ambisce, alla faccia di tutte le storie dell’estetica, e anzitutto a quella di Croce, a mostrare che categorie come armonia, proporzione, integrità e chiarezza non costituiscono elementi marginali del tomismo, ma anticipano una riflessione estetica vera e propria. Questo il testo; ma c’è un sottotesto. Attraverso Tommaso, Eco incontra anche il problema degli universali e quello che mezzo secolo battezzerà (per non darmela vinta all’epoca dei dibattiti sul nuovo realismo) «vetero realismo». Gli universali non esistono separatamente dalle cose, ma non sono nemmeno ridotti a semplici nomi arbitrari. La forma possiede una consistenza oggettiva e organizza il reale senza dissolversi nella pura soggettività dell’interprete. Tuttavia ciò che interessa davvero Eco è meno la stabilità ontologica della forma che la sua operatività estetica. La scolastica viene letta come un sistema che pensa il mondo in termini di ordine, articolazione e produzione della forma. Ma se la forma organizza il reale senza separarsi completamente dai particolari, allora l’universale non è ancora ridotto a puro nome; e se l’universale conserva questa funzione organizzatrice, allora il pensiero medievale può essere reinterpretato come preistoria dell’estetica moderna.