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Ultimo aggiornamento: 9:19
Ho avuto la fortuna di studiare con Umberto Eco per tanti anni: per la laurea, il dottorato, il post-dottorato e oltre. Sono perciò moltissimi gli insegnamenti che mi ha lasciato e sono ancora più numerosi i ricordi che conservo di lui: frasi, battute, tono di voce (con quella erre particolare), barzellette (ne raccontava in continuazione), gesti, sguardi, risate, camminate (con quell’ampia falcata), esami quando studiavo, conversazioni davanti a una pizza o un aperitivo, man mano che sono cresciuta.
Intendiamoci, non sto con questo vantando nessuna familiarità speciale: bastava essere uno studente o una studentessa appena sveglia per avvicinarlo. A patto, naturalmente, di superare l’inevitabile soggezione che la sua celebrità, ma soprattutto la sua gigantesca cultura, spesso incutevano.
Oggi ho la fortuna di insegnare la disciplina che lui ha introdotto in Italia e diffuso nel mondo – la semiotica – nello stesso ateneo in cui la insegnò per anni – l’Università di Bologna – in un corso di laurea che lui stesso inventò negli anni Novanta – Scienze della comunicazione. Ebbene, in questa tanto felice quanto sudata posizione, a dieci anni dalla sua scomparsa, c’è una cosa in particolare che di lui ricordo, perché la porto sempre dentro, non solo quando insegno, ma nella vita di tutti i giorni. Qualcosa che mi accompagna non dico ogni ora, ma ogni minuto, sempre.












