Come si concilia l’elogio della brevità condensato nell’aforisma Lo bueno, si breve, dos veces bueno (‘Ciò che è buono, se è breve, è due volte buono’), reso celebre dallo scrittore spagnolo Baltasar Gracián, con la profusione ornamentale propria di molte opere letterarie e artistiche del Barocco? Come si spiega il gusto del teatro barocco per le invenzioni scenografiche, che sbigottivano gli spettatori con giochi di luce, attori sospesi per aria, sciagure naturali, navi o animali che si muovevano sulla scena? Cosa hanno in comune Velázquez e Rubens, Calderón e Racine?

A questi interrogativi, che hanno appassionato intellettuali, filologi e critici d’arte di diverse epoche, lo storico spagnolo José Antonio Maravall ha dato una risposta unitaria e coerente nel saggio La cultura del Barocco Analisi di una struttura storica, pubblicato nel 1975 dopo un lungo e paziente lavoro di ricerca. Tradotto in italiano per le edizioni il Mulino nel 1982, questo testo fondamentale viene oggi riproposto al pubblico dalla stessa casa editrice, con una prefazione di Paolo D’Angelo (pp. 464,€ 18,00).

A distanza di mezzo secolo dalla prima edizione spagnola, la rilettura consente di apprezzare, pagina dopo pagina, la solidità e la ricchezza del volume anche alla luce del dibattito che ha suscitato. Benché non siano mancate le critiche, l’opera ha rappresentato una pietra miliare nell’interpretazione della cultura barocca, ed è ancora oggi un riferimento obbligato. Per Maravall, la cultura del Barocco costituisce un concetto di epoca, cioè una struttura della storia europea, che dà significato a una fitta rete di dati interconnessi e fenomeni talvolta distanti, anche nello spazio. Opera della maturità, La cultura del Barocco avvince per il rigore, la competenza e la passione dello studioso spagnolo, che ha dedicato una vita intera a scandagliare un’epoca complessa e ricca di contrasti.