E quando c’è troppa politica, e quando ce n’è poca. E quando è troppo sobria, e quando è troppo eccessiva... Ecco, per dirla con i sempre rimpianti Sandra e Raimondo, che barba, che noia, che barba... Perché la prima della Scala, un rito laico diventato sacro per la cultura musicale del nostro Paese, è assimilabile ad un derby calcistico, con le curve sempre pronte a fronteggiarsi su tutto, per tutto, finendo con lo scordarsi dell’opera, del canto e dello spartito. Stavolta, per fortuna della cultura, la musica ha messo all’angolo pailletes e cotillon, manifestanti d’ordinanza e presenzialisti d’occasione.
Ed è esattamente questo quel che è avvenuto ieri a Milano, per la prima della Scala, con i pro-Pal, centri sociali, sindacati di base e frattaglie varie sotto le finestre del Comune (per i non milanesi Palazzo Marino è il dirimpettaio del teatro) che hanno tentato di mettere in scena la loro contro prima, realizzando solo un miserevole spettacolino pro-Gaza, insultando Israele e il governo Meloni, in diretta competizione con il triste look sfoderato da Mahmood (roba tipo pistolero messicano scappato negli Usa, come nei B movie), mentre il pubblico della Scala ha squadernato un guardaroba sobrio, ma non scadente, senza fronzoli, ma stiloso, tenendo d’occhio più lo spartito che la lista degli invitati.










