Chilometro di salita dopo chilometro di salita i volti dei corridori, di tutti i corridori, diventavano più spigolosi, come se zigomi, mascella e mandibola crescessero, gli occhi si rimpicciolissero, la bocca si allargasse. Le montagne sono uno specchio deformante nel quale i visi dei corridori prendono forme carnevalesche. Tutte le montagne.Lungo quelle valdostane che conducevano a Pila lì dove finiva la quattordicesima tappa del Giro d’Italia, il volto di Tim Rex aveva assunto sembianze munchane dopo novanta chilometri in testa al gruppo a prendere vento in faccia per toglierlo dalla sagoma dei capitani.Aveva cambiato colore, si era scurito quella di Afonso Eulálio. Gli si era asciugato pure il sorriso al corridore portoghese, mentre iniziava a comprendere che quello che stava vivendo era l’ultimo giorno in maglia rosa. Una botta di rassegnazione passata dopo qualche chilometri, quando non pedalava al passo di nessuno, saliva verso Pila al suo ritmo, cercava di fare del suo meglio e basta.Aveva assunto forme blakiane il viso di Giulio Ciccone quando a cinque chilometri dal traguardo si è girato e ha visto il gruppetto dei più forti a un passo dopo una giornata intera in fuga a salire e discendere le montagne valdostane.Si contorceva, si allungava, diventava ancora più acuto quello di Felix Gall mentre vedeva piano piano diventare più piccola, sino a scomparire dalla sua vista, quella maglia blu alla quale voleva stare il più vicino possibile perché sapeva che quel colore avrebbe virato al rosa.L’unico volto che non mutava, rimaneva sempre uguale a quello della foto di presentazione del Giro, era quello Jonas Vingegaard. Che la strada salisse o scendesse, l’espressione non cambiava.Solo un accenno di fatica quando, ai 4.800 metri dal traguardo, si è alzato sui pedali e ha accelerato il ritmo. Poi sul suo viso è tornata l’espressione di sempre, quella sua imperturbabile estasi degna di una Santa Teresa. Si è girato giusto per vedere l'effetto che faceva vedersi solo al comando, Jonas Vingegaard. Il danese è uno abituato a stare davanti, capisce dalla reazione del pubblico se non è riuscito a conquistare la solitudine.Solo un accenno di un sorriso sotto lo striscione d’arrivo, dopo aver baciato al solito l’immagine di moglie e figlie attaccato sul manubrio. Terza vittoria al Giro d’Italia su tre arrivi in salita. E prima maglia rosa indossata sul podio.Pure il volto di Giulio Pellizzari è rimasto quasi sempre lo stesso durante l’ascesa che portava a Pila. Non c’era né estasi né serenità però nel suo viso. Solo un fastidio costante. Ha mimica da attore il marchigiano, il modo di stare in gruppo da corridore d’antan, la capacità di non crollare. E di imparare. Sul Blockhaus aveva preso un ceffone per troppo entusiasmo: aveva seguito troppo la ruota di Vingegaard e gli era risultata indigesta. Sulle montagne della Val d’Aosta non ha cambiato ritmo, è salito tranquillo, con un unico obbiettivo in testa: dribblare l’acido lattico. Si è staccato da una decina di corridori trainati da Davide Piganzoli. Ne ha recuperati la gran parte. Sta sistemando il suo Giro, gli sta dando una dimensione.