Lassù in Svizzera, l'uomo vestito di rosa ha visto montagne che sembravano più francesi che italiane, larghe, assolate, invitanti, per lui almeno. Osservando tutto questo, Jonas Vingegaard si è sentito a casa, ha accarezzato ricordi ormai lontani, di quando sulle montagne francesi duellava con quell'impertinente sloveno, ma riusciva ancora a farsi chiamare per nome dalla voce della montagna. È da due anni che quelle montagne invece gli danno del lei, sussurrano un signor Vingegaard alla maniera dei camerieri che accompagnano i clienti al tavolo di un ristorante costoso.L'uomo vestito di rosa si è concesso un lungo momento per sé e per sé soltanto. Seimilacinquecento metri di perfetta e felice solitudine davanti a tutti, con accanto soltanto tifosi che pronunciavano il suo nome, Jonas, e una strada montana svizzera ma molto francese che gli dava del tu come ai tempi più felici.Ai 6,5 chilometri dall'arrivo, Jonas Vingegaard è scattato dopo che Davide Piganzoli gli aveva preparato la strada, l'aveva resa sufficientemente veloce per i suoi gusti danesi. Dietro all'italiano e all'uomo vestito di rosa c'era pochissima gente, tutti gli altri corridori si erano perduti cammin facendo, uno dopo l'altro all'aumentare della velocità. Tra questi, tra i primi, anche Giulio Pellizzari, l'uomo che avrebbe voluto sfidare Jonas Vingegaard, evaporato troppo presto tra aspettative attaccate come piombini alle ruote e un virus che lo ha debilitato nel fisico e non solo nel fisico: è arrivato dopo 18 minuti dal primo.Carì, lì dove era posto l'arrivo, è paesino che oggi esiste ma che fino agli anni Cinquanta era soltanto una coordinata geografica dove c'era soltanto un fienile, una casupola e una fonte d'acqua con un abbeveratoio. Era un'idea di un manipolo di ricchi signori di Bellinzona, che avevano visto lì un futuro sciistico. Costruirono la strada, poi il paese. Una strada che, almeno al Giro d'Italia, ha tenuto a battesimo Jonas Vingegaard. Un'idea di corridore anche lui, capace di essere scalatore meraviglioso e non riuscire a riempire comunque i cuori degli appassionati. Eppure, quel paesino che era un'idea, ha trovato qualcosa di simile nell'uomo vestito di rosa e così lo ha accolto con entusiasmo e passione mentre lui si presentava solo, col fare sicuro di chi si è ritrovato padrone assoluto come non accadeva da un po' troppo, almeno a suo avviso.Pensare che Felix Gall, secondo a 4 minuti e 3 secondi, Thymen Arensman, terzo a 4 minuti e 27 secondi, Jay Hindley, quarto a 5 minuti, possano pensare di ribaltare il Giro d'Italia è più vicino al impossibile che all'improbabile. D'altra parte tra tre ottimi uomini per le corse a tappe e un campione di secondi e minuti ne passano. E Jonas Vingegaard è un campione. E poco male se ai più non piace, se lo considerano di secondo piano perché così diverso da Tadej Pogačar.L'uomo vestito di rosa arrivato per primo a Carì ha festeggiato baciando per la quarta volta la foto della sua famiglia che ha attaccata al manubrio. C'è chi lo trova un gesto stucchevole. È un gesto che parla invece di amore, un amore spesso troppo distante, perché i corridori sono spesso altrove ad allenarsi e a correre, e una vita familiare non la riescono quasi mai a vivere.Jonas Vingegaard ha vinto la quarta tappa in questo Giro d'Italia, quattro vittorie in quattro arrivi in salita. Ha soprattutto sentito la salita, quella strada svizzera che sembra una strada francese, tornare a chiamarlo per nome, a dargli del tu.Lo stesso tu che ha risentito dopo troppo tempo anche Egan Bernal, settimo al traguardo, capace di aiutare il compagno di squadra Thymen Arensman a inseguire ancora il sogno di un podio.