Cannes – Un uomo che ama un altro uomo nelle trincee della Prima guerra mondiale. Un poeta omosessuale cancellato dal franchismo che continua a parlare attraverso il presente. Una New York queer degli anni ’80 devastata dall’Aids ma ancora piena di musica, sesso, teatro, desiderio. Una famiglia romena giudicata “inadatta” dalla Scandinavia progressista. Una Palestina raccontata attraverso l’assenza, l’esilio, i corpi femminili scambiati come territori di guerra.

Il Festival di Cannes che si conclude oggi ha avuto un’identità chiarissima. Politica. Inclusiva. Queer. A tratti perfino militante. Ma soprattutto attraversata da una convinzione: il cinema può ancora essere il luogo dove una società guarda le proprie ferite.

Non è stata una Cannes dell’evasione

Non è stata una Cannes dell’evasione. È stata una Cannes della memoria, delle identità, delle fratture. Un festival in cui perfino i film più intimi sembravano attraversati da tensioni politiche: colonialismo, patriarcato, omofobia, razzismo, crisi europea, mascolinità tossica, migrazioni, diritto alla differenza. E il dato più evidente è forse questo: il cinema queer non è più confinato in una sezione laterale o “di nicchia”. Quest’anno è stato al centro stesso del Concorso.