Indosso una felpa leggera, scarpe da trekking, una salopette cerata di colore arancione brillante e un paio di grossi guanti di gomma. La barca avanza veloce assecondando l’andamento erratico delle onde, poi rallenta e si ferma accanto a una boa rosa a strisce gialle. Josh, il capitano, abbandona il timone, fa due passi verso il parapetto della barca, si sporge e acchiappa la boa con un mezzo marinaio. La tira a sé facendo affiorare la cima, poi afferra la cima e le fa fare due giri attorno a un piccolo argano a prua, sul fianco destro della barca. Tira una leva per azionare il motore dell’argano e la cima comincia ad avvolgersi attorno al tamburo, tirando su ciò che fino a poco prima si trovava appoggiato sul fondale dell’oceano, cinquanta metri più in basso.
Io osservo senza sapere bene cosa ci faccio lì e allo stesso tempo con la sensazione che, in una versione del tutto diversa eppure non impossibile della mia vita, forse ad aiutare Josh avrei potuto esserci io.
Dal mare emerge una gabbia di acciaio verniciata di verde, un parallelepipedo grande più o meno come un tavolino da caffè, con le maglie larghe due o tre dita. All’interno è divisa in scompartimenti che sembrano stanze di un albergo, con “muri” in rete d’acciaio, buchi e altre piccole reti arancioni di tessuto che fanno da porte. Lì sono andati a incastrarsi vari abitanti marini: piccoli pesci e granchi, una sogliola e, soprattutto, alcuni grossi crostacei nerastri con chele maestose. Sono i famosi astici del Maine.











