Uno spettro senza volto si erge spaventoso nel mare e con la sua sola presenza sembra minacciare la quiete del fondale e delle sue limpide acque blu. È l’immagine di una rete fantasma tra le più poetiche e allo stesso tempo inquietanti di The phantom catch. Il documentario, diretto da Igor D’India, racconta cinque anni di lavoro per recuperare attrezzatura da pesca dispersa nel Golfo dell’Asinara, nell’ambito del progetto Strong Sea Life, coordinato da Ispra e finanziato dal programma Life natura e biodiversità dell’Unione Europea.

IN BASE A UNA RICERCA PUBBLICATA su Science (2022) da Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) e condotta intervistando pescatori in tutto il mondo, ogni anno a livello globale vengono dispersi 14 miliardi di ami e 740 mila km di lenze, una lunghezza sufficiente a circondare la Terra 18 volte. Questa è peraltro una stima al ribasso, visto che non considera le attrezzature perse da chi pratica pesca sportiva.

OLTRE A CONTRIBUIRE IN MODO significativo al problema dell’inquinamento da plastica nei mari e alla presenza di microplastiche (costituendo, secondo Wwf, il 10% dei rifiuti presenti in acqua), le reti fantasma uccidono centinaia di migliaia di animali in un solo anno. Sempre secondo CSIRO, sono 700 le specie che entrano in contatto con questi rifiuti, molte delle quali già minacciate. Si tratta di pesci, ma anche mammiferi marini come foche, balene e delfini, uccelli e tartarughe. In alcuni casi, come quello del cetaceo vaquita nel golfo settentrionale della California, la presenza delle reti contribuisce all’estinzione. Finché non viene recuperata, l’attrezzatura da pesca dispersa può continuare a uccidere per decenni condannando gli animali a una morte lenta e dolorosa, spesso per soffocamento, ferite o sfinimento.