Impiraresse (1960) - Maspez via Wikimedia Commons

Venezia e il vetro sono un binomio antico: per secoli le famose perle, prodotte a partire da quest’ultimo, hanno attraversato continenti e culture, fino a diventare uno dei simboli più riconoscibili dell'artigianato lagunare. Dietro a questa economia esiste però un vasto sistema di manodopera femminile spesso rimasto ai margini del racconto storico. Stiamo parlando delle impiraresse.

Sedute in piccole gruppi, con decine di aghi sottili stretti fra le mani, queste donne, a cavallo fra Ottocento e Novecento, popolavano le calli di Castello e Cannaregio. Il loro compito era quello di infilare - impirare, in dialetto veneto - rigadin, incamicià, cremette, macà, e ancora, tosche, papagà, pive - dette anche brovadini - e burattini, ossia le conterie, minuscole perle di vetro provenienti dalle fornaci di Murano, fino a formare mazzi da 240 fili. Un mestiere dichiarato nel 2020 patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco.

Foto 1: Infilatrici di perle-Impiraresse, S. Piero di Castello, Venezia, foto di Filippi Tomaso (XIX secolo), archivio IRE, Venezia; foto 2: Infilatrici di perle-Impiraresse, Corte ignota, foto di Filippi Tomaso (XIX/XX secolo), archivio IRE, Venezia