di

Luca Bergamin

Un quartiere risorto dalle macerie della guerra si è riempito di locali senza perdere tradizioni come la coppa degli scaricatori di porto, un'istituzione

(BdI n. 1.091) Nel XVII secolo La Venezia, come la chiamano affettuosamente i livornesi più autoctoni, costituiva il quartiere mercantile per antonomasia della città labronica. In quel meandro di canali, ponti, vicoli, magazzini che venivano collegati direttamente alle imbarcazioni attraverso gli scalandroni ovvero passerelle removibili, vi era un fervore fatto di scambi, incontri. Adesso il quartiere alle spalle della Fortezza Vecchia vive un periodo altrettanto fulgido. Mantenendo la sua architettura caratteristica e piuttosto unica in Europa essendo stato eretto interamente sull’acqua, questo rione si fregia ancora di palazzi solidi ed esteticamente aggraziati che riflettono le loro facciate, spesso deformate dal moto ondoso, nei cosiddetti Fossi Medicei. Attraverso tali fossati, infatti, fluivano le merci dirette verso il porto o provenienti dalle navi che avevano raggiunto la Fortezza Vecchia e quella Nuova. Erano stati i Granduchi, del resto, a fare di Livorno il proprio porto, imprescindibile base per estendere i propri domini e ricchezze, puntando sull'attrattiva costituita dall’abolizione dei dazi doganali e sull’importanza di accogliere persone in rappresentanza di popoli anche molto lontani e diversi. Ecco, dunque, che venne scelta la zona più vicina al porto, ma originariamente sommersa dal mare, impiegando perciò tecniche edilizie uguali a quelle utilizzate per costruire Venezia. Anche la mano d’opera venne fatta arrivare dalla città veneta. Tra il 1629 e il 1645, la cosiddetta Venezia Nuova visse il suo periodo aureo. come dimostrano la Chiesa di San Ferdinando Re, facente capo all’ordine religioso dei Trinitari, esempio assai fulgido dello stile barocco livornese. e quella a pianta ottagonale di Santa Caterina voluta dai Domenicani che scelsero Cesare Maffei per decorare gli otto splendidi scomparti della cupola.